Polvere – Polvere

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S’abbandonano finalmente alla terra, i Polvere. Non più suonatori di folk ballads folgorati sulla via dell’interpretazione elettroacustica (territorio scosceso e per lo più autoindulgente come hanno precedentemente dimostrato), ma interpreti dell’essenza che smuove la radice, l’anima stessa delle ballate cui loro continuano a far riferimento. Che non è un divertente gioco di semantica, il nostro: se i trascorsi lavori segnavano un lavoro attorno al folk, la questione è che oggi la musica, le attenzioni dei Polvere sono folk: lo sono nelle intelaiature noise e ritmiche che nascondono storie e ricordi, lo sono al di là del gioco di rimandi acustici ed elettronici che permeava gli altri lavori. Una carteva di strumenti, un riallacciarsi al Giappone tramite antiche strumentazioni (memori forse del tour che il precedente anno aveva visto i nostri protagonisti), canti tradizionali e una perfetta interazione tra acustico ed elettrico (mantenendo una semplicità timbrica ammirevole) che vivono entrambi della stessa partenza e sostanza, ora non più l’uno all’inseguimento dell’altro. Vanno (quasi) via Gastr Del Sol, Fahey, Graham: due lunghe tracce suddivise in frammenti di storia è il nuovo dieci pollici su Wallace. Impeccabile e bellissimo davvero, questa volta.