Coral, The – Roots & Echoes

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La vecchiaia dei Coral li porterà alla morte.
Non dico che questo disco sia noioso o privo di contenuti. I Coral ci hanno abituati dal loro esordio a uno stile ricercato e curato nei suoni, che ama attingere alle melodie sixties ricorrendo a chitarre slide, hammond e farfisa, acustiche arpeggiate e batterie secche con beat classici.

E, bisogna ammetterlo, gli riesce pure bene, molto bene.

Forse dal punto di vista puramente melodico questo è il miglior disco dei Coral. Di melodie come “In the morning” ce ne sono a bizzeffe e anche il loro caro tocco pischedelico un po’ nerd, denso di reverberi e delay ha libero sfogo in ballate lente e sinuose (“Fireflies”).
Bisogna però chiedersi perchè proporre, da tre dischi a questa parte, quest’attitudine vintage un po’ troppo Joe Meek.
L’album dei Coral è l’ennesima lezione di stile della band, ma prima o poi si dovranno pur accorgere che i primi della classe non si distinguono solo dal voto: ci si aspetta sempre quel qualcosa in più, la scintilla che fa di un album “fatto e suonato bene” un album “sorprendente e interessante”
Che fine hanno fatto gli imprevedibili cambi di tempo dell’album di debuto? dov’è finita la follia zappiana dei primi ep? quella ricchezza di suoni, di arrangiamenti, quella sensazione che i Coral fossero una sorta di caos creativo perfetto, sfocato quanto basta per sfuggire a tutte le etichette e nitido allo stesso tempo per forgiare un suono proprio e caratteristico, personale e distinguibile.
Niente da fare, da ‘Nightfreak & The Sons Of Becker’ i Coral campano riscaldando la stessa zuppa che -incredibile a dirsi- riesce sempre a essere speziata e saporita quel tanto che basta per promuoverli e per lasciarli ancora impersonare la parte dei “giovani che suonano come i vecchi”, sperando prima o poi che si ricordino quant’erano belle le follie fatte da giovani.