Mùm – Go Go Smear The Poison Ivy

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Primo album che vede i Mum orfani di entrambe le sorelle Valtýsdóttir: per il sottoscritto (e non solo credo) la paura di ritrovare una band spolpata della sua più intima essenza era tanta.
Fino a poco tempo fa era davvero quasi inimmaginabile ipotizzare i Mum senza la vocina esile e pre adolescenziale di Kristìn che, oltre ad essere stata per tre dischi un elemento a dir poco caratterizzante per il gruppo islandese, divenne vero e proprio status quo di una generazione orfana delle liriche femminili shoegaze di prima ondata e amante di microsuoni elettronici incastonati dentro trame acustiche dreamy.
Una delle sorprese più belle invece di ‘Go Go The Poison Ivy” è lo scoprire la voce di Örvar che fino allo scorso album non aveva avuto spazio.
L’altra buona nuova è l’intatta ispirazione e la freschezza creativa che i Mum sono riusciti a riaffermare.
Tutto appare liberatorio: è come se Gunni e Örvar si fossero resi conto di quanto potenziale fosse ancora rimasto inespresso nei tre dischi precedenti e avessero capito che questo lavoro potesse/dovesse diventare il ricettacolo di tutti i piccoli mondi rimasti appena sfiorati in passato. C’è una ripresa nell’umore dall’ultimo nero ‘Summer Makes Good’: si parte con la giocosa “ Blessed Brambles”.
“A little bit sometimes” ridisegna la folktronica tra campanellini, glitches, fisa e coralità. “They made frogs smoke ‘til they exploding” si impone tra le melodie vocali e di armonica, con ritmiche naturali ibridate di pad elettronici. La coralità di “A little bit sometimes” viene sottolineata con l’introduzione di “These eyes are berries”, mentre “Moon pulls” tra poche note di pianoforte e voci leggermente riverberate nel finale riempie il cuore.
Ecco poi “ Marmalade fires” che ricalca alcune ambientazioni già presenti in ‘Finally We Are No One’.
“Rhuuubaridoo“ tra una melodica, una tromba e qualche tocco di xilofono funge da intermezzo e ci accompgna verso la seconda parte dell’ album, che si apre con “Dancing behind my eyelids”, composizione dalle atmosfere avvolgenti e dove fa capolino anche qualche reminiscenza wave insieme ad alcuni suoni 8bit.
Con “School song misfortune” si rientra su binari glitchtronici colorati da sussurri in falsetto.
“I was her horse” è una breve composizione, quasi ferale, che anticipa le conclusive “ Guilty rocks” e “ Winter (what we never were after all)”: la prima è come una versione da cameretta di un ipotetico melodramma islandese pervaso da rumori di feedback, la seconda è la composizione più oscura del disco, priva di ritmica praticamente, una sinfonia algida e austera.
Finisce tutto, con dentro di me la netta sensazione che forse i Mum in piena ma solo presunta emergenza, siano riusciti a realizzare un album ottimo, che potrà spianare la strada a nuove evoluzioni artistiche.