Vic Chesnutt – North Star Deserter

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Ci sono incontri che fanno più male e colpiscono più a fondo di buona parte degli addii, quello con il Vic Chesnutt di ‘North Star Deserter’ è uno di questi.
Il cantautore americano paralizzato dalla triste storia non è certo alla sua prima uscita discografica, anzi ormai si contano in decadi gli anni in cui la sua musica ha viaggiato per il mondo, ma con questo nuovo album riesce sicuramente a esprimere finalmente tutto il suo potenziale artistico, la sua poesia, le sue emozioni; se non fosse un musicista già arrivato a una sua ben delineata personalità si potrebbe dire che questo è il lavoro della maturità, meglio sostenere che in questo disco la sua capacità espressiva esplode letteralmente andando a investire chiunque entri nel suo raggio di azione.
Ormai è da più di un mese che quotidianamente ‘North Star Deserter’ entra nel mio stereo, ma fin dalla prima volta sono rimasto totalmente spiazzato da come le canzoni di Chesnutt portino immediatamente verso una empatica e genuina malinconia, come riescano a essere commoventi in ogni loro nota prendendo l’anima dell’ascoltatore e trattandola come il pescatore fa con un polpo sugli scogli: sbattendola fino a farle perdere volontà per poi strapparle le armi di difesa. Non solo questo artista ha superato se stesso con questo album, ma anche la maggior parte degli autori di musica folk, country, cantautorale che dir si voglia, seppur accostabile a questi generi. ‘North Star Deserter’ trascende qualsiasi definizione o tentativo di classificazione, riesce ad essere una musica dagli effetti indefinibili: risulta impossibile anche effettuare una graduatoria gerarchica delle canzoni, nella loro varietà di atmosfere e suoni ognuna rappresenta una sfaccettatura della sensibilità superiore di Chesnutt. Smarrirsi è facile nei momenti più puramente emotivi come nel maestosa tristezza di “Marathon” in cui la voce danza con lentezza su scarni arpeggi di chitarra e un tappeto di nebbie sonore, ma allo stesso modo si resta esterrefatti al cospetto degli otto minuti di acre vita di una ballata come “Splendid”.

Se di questo film chiamato ‘North Star Deserter’ il protagonista indiscusso è sicuramente Chesnutt anche gli attori non protagonisti del clan Constellation (senza contare Guy Picciotto dei Fugazi) fanno la loro bella figura dando un impagabile e ben percepibile supporto artistico (a differenza di ‘Evangelista’ di Carla Bozulich in cui direi che erano più comparse se non sfondo inerte, e con questo non voglio certo dire che fosse un brutto album) all’opera. Basta ascoltare la bellissima “Glossolalia” per portare tra tocchi di archi e finali corali Chesnutt in un ambiente facilmente riconducibile ai migliori Silver mt. Zion, così come le frequenti costruzioni chitarristiche tipiche del suono dei migliori Godspeed you black emperor. ‘North star Deserter’ è un disco longevo, da imparare ad apprezzare in tutte le sue sfaccettature, un incontro folgorante e inatteso capace di dare sensazioni ed emozioni rare e preziose. Non solo perderselo sarebbe una follia, ma anche non dargli il giusto peso e il giusto spazio tra gli ascolti odierni sarebbe per me un errore imperdonabile.

Dopo aver parlato abbondantemente del disco mi sento di avventare una piccola e ben confutabile ipotesi: vedo nell’apporto dato a ‘North Star Deserter’ da parte dei musicisti della Constellation una specie di resa, un addio alle armi del post-rock da parte di artisti che ne hanno scritto un pezzo importantissimo di storia. I Godspeed You! Black Emperor ormai non fanno sentire nulla di nuovo da un bel po’ di tempo e i vari progetti paralleli (a parte forse gli ultimi Hrsta dell’inamovibile Mike Moya) non sono certamente accostabili a quelle sonorità, seppur non cancellandone totalmente la lezione. Le parti di chitarra più dure ed esplosive presenti nel disco di Chesnutt, quelle ascoltabili in brani come “Everything I say” o “Debriefing”, hanno tantissimo di quel suono, così come alcune sonorità di “Splendid”; il fatto importante è che quei “marchi di fabbrica” vengono messi al servizio, dopo parecchi anni di silenzio (da ‘Yaqui U.X.O.’ son passati già cinque anni), di qualcosa di puramente classico come un disco di cantautorato folk, vengono inseriti in tracce dalla tipica forma canzone che il post-rock di tipo strumentale andava ad affrontare. Sinceramente non so se un ipotetico disco futuro dei Godspeed che ricalcasse eccessivamente quei fasti mi conquisterebbe quanto l’album di Chesnutt e forse la risposta esatta data dai musicisti canadesi per evitare di infossarsi in una noiosa ripetizione parte proprio da questa collaborazione.
Queste sono solo mie supposizioni un po’ confusionarie e facilmente opinabili, solo il futuro ci dirà dove andranno un genere che tanto ha detto e fatto e che mai come ora ha bisogno di nuova linfa (e alcuni gruppi come i Grails sono riusciti anche ad alimentarla) e i musicisti che l’hanno reso così importante.