Christa Pfangen – Watch Me Getting Back The End

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Christa Pfangen… ovvero il duo Coletti-Belfi. Sicuramente abbiamo a che fare con un disco figlio di questo periodo. I due, oltre ai molteplici progetti collaborativi e solisti, sono membri delle band Sedia e Rosolina Mar, due realtà continuative e di spicco. Ma questo ‘Watch Me Getting Back The End’ è un esempio giustificatamente distante dalle rispettive formazioni, inserendosi all’interno del mondo elettroacustico e avant più dedito alla (s)composizione frammentaria. Questa breve release è un campionario di reminiscenze che attingono al post-rock più primigenio e aspro (niente a che fare con la neniosità corrente), ereditandone idealmente intatto il sogno di un’evoluzione sonora un attimo prima che il tutto storicamente implodesse su se stesso. Raccolto il testimone, ecco quindi ulteriori richiami a prassi correnti: il montaggio minuzioso, la decantazione dei suoni, la discorsivizzazione di quella che è materia di scarto per l’orecchio mainstream; insomma, le “rughe a vista”. E questo è un punto.
La questione più interessante è però un’altra. Oltre la maturità stilistica e la personalità sonora del duo (certo non scevro di riferimenti, come detto, sia antichi che nuovi) c’è una sensazione particolare a caratterizzare questi brani, e la risultante che ne deriva è leggermente spostata rispetto al resto della scena elettroacustica. Il duo narrativizza sì i classici “grumi di esecuzione”, ma sta a metà strada esatta tra la poeticizzazione del suono disordinato e la continuità del disturbo. Non si tratta né di avant duro e puro, né di elettro-folk. Fermo restando che le due attitudini non sono assolutamente un vizio formale, i due si nascondono nello spazio vuoto che resta al centro. Non edulcorano mai del tutto i frammenti sonori, pur lavorando anche in senso suggestivo; è una seduzione controversa, contrastata. Non spacciano per bello qualunque vagito sonoro, cercano di animare un dibattito nervoso, una catena di complessi rapporti che si consumano in una micro-società con le sue spigolose dinamiche. Decidono di non lasciare mai del tutto in pace gli equilibri precari dei pezzi, e ne deriva il fatto di non essere mai di fronte a un’opera di “finzione continua”. E questo è il focus del disco: il modo in cui i Christa Pfangen interpretano la tipica tensione connessa al genere in questione. Anziché produrre una “fiction sonora” ammantante assemblando i frammenti in un’artificiosa continuità, lasciano il montaggio udibile, non lo annullano tecnologicamente. Questo rende i pezzi simili al suono articolato dal treno in corsa quando sfila dinnanzi agli occhi (alle orecchie); il rumore si spezza ciclicamente, non è continuo: “TTU’TU-TTU’TURRRRRR(…)TTU’TU-TTU’TURRRRRR(…)
TTU’TU-TTU’TURRRRRR(…)
”. C’è un istante d’interruzione del suono – i puntini di sospensione – ed è quando ci passa di fronte il vuoto che separa un binario dall’altro… lo stacco, simbolico e acustico.
Non riusciamo a vedere (sentire) cosa ci sia oltre il treno: è troppo veloce il suo moto. Ma in quel momento diventiamo consapevoli che il suo sfilarci innanzi è finzione imperfetta; o meglio, avvertiamo che esiste qualcosa anche dietro, attorno, oltre a quei vagoni che schiavizzano lo sguardo (l’orecchio). E quel preciso boato sordo, quel risucchio d’aria per un istante ci fa respirare, rompendo così la continuità che caratterizza l’apnea di un sogno.