Cuong Vu – It's Mostly Residual

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Disco che, a tratti, non può che essere definito crossover (in senso strettamente etimologico). Sì, un incrociarsi di stili che Cuong Vu cerca e trova in compagnia dell’inconfondibile chitarra di Bill Frisell, del basso molto presente di Stomu Takeishi (suo storico collaboratore) e della batteria rock-jazz (anziché jazz-rock) di Ted Poor. Per chi non lo conoscesse, nel 2002 Cuong Vu ha ufficializzato il suo ingresso nel mainstream fusion-jazz entrando nel Pat Metheny Group, e trovando così rifugio stabile e remunerativo. Nel frattempo, dal 1997 ad oggi ha rilasciato varie incisioni a suo nome, catturando su di sé un’attenzione mediatica sempre maggiore ma ancora insufficiente rispetto al valore della musica prodotta. Ennesima esperienza di rilievo è il nuovo ‘It’s mostly residual’: un condensato di ricerche e idee dove si agglomerano per eccesso le tendenze storiche del bandleader e le singole esecuzioni sfociano in parentesi astratte, sospensioni del discorso dedicate all’interplay più timbrico e ambientale.
La tromba di Cuong è sempre epica nei temi, processata nel suono, manipolata nei soli – delay, chorus, reverse, riverberi… – al fine di rendersi melliflua e moderna. Perché la grandezza del trombettista coincide con la capacità di rivitalizzare il suono dello strumento, trasfigurandone i caratteri espressivi pur mantenendo vivo il dialogo con gli altri musicisti, situazione resa possibile anche dall’esperienza del compagno di viaggio Frisell, raramente così in parte negli ultimi tempi e qui magicamente gemellato con le note del trombettista (più volte chitarra e tromba, pur non suonando all’unisono, risultano similari come se fossero una la proiezione acustica dell’altra). Così una serie di sei liquefazioni si dilata sul terreno, tra fusion, reminiscenze jazz, frequenze basse che sfiorano i Primus e sorprendenti – quanto riusciti – raccordi post-rock (It’s mostly residual) dov’è possibile trovare un ipotetico lirismo (Blur) estratto dal caos del momento (Patchwork, Chitter chatter). La profondità calibrata della prima traccia da sola basterebbe a decodificare le intenzioni del gruppo, ma fortunatamente ci sono altre cinque scorribande stilistiche a pennellare il crossover jazz di un autore che, quietamente, sta coniando un suono a sé.