Triosk – The Headlight Serenade

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Album certamente non facile. Il trio australiano si concentra ancor più sulla post-produzione e radicalizza questo ‘The Headlight Serenade’ facendone la deriva del proprio percorso (siamo al terzo album).
Con qualche ragione li si è sentiti definire – giusto per essere cool – “post-jazz”. Ma l’infatuazione per il termine “post” va di pari passo con una lettura tanto riduttiva quanto banalizzante del loro lavoro. Triosk è work in progress, eterogeneità e contaminazione. Due sono le facciate ideali di questo LP: una più devota all’estetica del trip, l’altra più acustica e suonata, entrambe caratterizzate dalle frammentazioni operate dal trio – specie sui piatti della batteria, utilizzati come elementi di falso accompagnamento, sfigurati e talvolta resi suoni ambientali. Pianoforte ed affini sono invece sviluppati alla stregua di un negativo fotografico e disposti in serie, a gusto personale, in modo non dissimile – nelle intenzioni – dalla musica concreta. Il contrabbasso resta l’elemento più stilizzato e inciso: tende a non dissolversi mai. Che si parta da basi predisposte ad hoc o dalle proprie improvvisazioni, emerge un gusto per la stratificazione che si posiziona a metà strada tra sospensione e disturbo sonico. Un gioco degli specchi che confonde i processi di composizione: cosa è improvvisato e cosa no? Cosa è tema e cosa variazione? Qual è la base e quale l’evoluzione? Gusto quasi laboratoriale, memore delle contemporanee avanguardie e della loro passione per il soundscape, la ricontestualizzazione di frammenti sonori, la celebrazione degli interstizi… Frasi di piano troncate, note esitanti, etereità elettroacustica anche ridondante, dall’effetto trance: nell’ascolto non si trova un approccio preciso o costante, ci si confonde tra cenni di Scanner, DJ Spooky, Mitchell Akiyama; ma i tre restano fondamentalmente un nucleo di improvvisatori legato alle sonorità tipiche dei piano-trio jazz contemporanei. Non è infatti difficile rintracciare – nei pezzi meno prodotti – il melodismo di Mehldau, seppur ridotto all’osso.
Due facciate, come su un vinile, ma anziché essere divise sistematicamente si alternano in continuità: più “suonate” Visions IV, Not To Hurt You, Headlights, One Twenty-Four; più “trip artefatti” le restanti. La soglia d’attenzione può essere incostante, ma è bello notare come l’ombra del jazz si allunghi su uno specchio infranto.