M.I.A. – Kala

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Mathangi “Maya” Arulpragasam rifugiata inglese figlia di un attivista politico Tamil e ‘Kala’, campionario variegato di sfumature musicali e singoli che prende in prestito forme del meltin po(t)p e la feroce coscienza della situazione globale. Qui sta il succo, la sintesi, il riassunto del disco e delle circostanze della sua uscita: consapevole collisione interraziale POP e attivista, M.I.A. campiona colpi di pistola e registratori di cassa in Paper Planes (anthem glaciale per l’indie-figo del nuovo millennio), chiama a sé il famoso “where’s my mind” accostandolo agli afk da venti dollari, viene bandita da MTV e collabora con Timbaland (che di suo ci mette del vero talento per rendere il pezzo il più scialbo di tutto il lavoro), trasfigura le colonne sonore di Bollywood in funk tamarro sull’orlo del disastro. Et voilà: prodotto confezionato appositamente per il dance floor, armato a misura d’uomo per sistemare il post-moderno con un paio di colpi, di quelli giusti (sample e testi di New Order, Clash, Modern Lovers – tanto per ribadirlo proprio a TUTTI) e per mettere in fila l’inquietudine di Pixies e il popolo d’Africa, l’India della Bollywood e l’American Dream; nel totale di questo mondo impazzito trovano posto quelli che sembrano i capolavori, Bird Flu e Boyz, feroci invettive con le percussioni impazzite a far da sfondo agli stilemi della black culture e della disco.
Non è grime, non è hip hop, non è dancehall: ‘Kala’ non è altro che una vera e programmata dichiarazione d’intenti travestita da innocuo fenomeno kitsch e colorato e mediatico (a chiudere il cerchio ci pensa involontariamente la XL che si accolla la distribuzione) che sposta l’attenzione invece su beat tamarri e cazzatelle colorate. Una miscela di appeal, libertà musicale e sfruttamento di marketing che nel mondo del mainstream ha quasi del miracoloso.
Se c’è proprio da trovargli un difetto, è sempre lo stesso e riguarda le limitate sfumature vocali.

But who cares?