Killers, The – Sawdust

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto:

Che i Killers siano un gruppo di spessore non mi stancherò mai di dirlo, hanno il pregio di saper stare assolutamente dentro a quest’epoca di recupero, e il fatto che Alan Moulder e Flood siano i loro produttori d’elezione non apparirà quindi un caso, ma riescono costantemente a tirarsi fuori dalla pura filologia in cui tante band inglesi (e non) dei giorni nostri si impantanano, forse grazie al loro essere americani (ma quasi australiani nel cuore, mi verrebbe da dire), forse grazie al loro intendere l’oscurità e la malinconia come un baraccone del luna park, forse perché hanno davvero tutte le informazioni che gli servono alla faretra del loro arco. Fatto sta che non sembrano sbagliare un colpo, e vedere il recensore di NME che si arrovella su come fucilarli per poi accorgersi che non riesce a non farseli piacere, fa riflettere. Il fatto è che questi ragazzi hanno trovato una via al pop del tutto personale, fatta in soldoni di tanto rock macinato qua e là, senza precisi collegamenti di sorta, che non siano una spiccata sensibilità artistica per la composizione, i cambi, le melodie, e le pagliuzze d’oro del gusto sparse un po’ dove capita. Non sono – così – in accordo con quanti hanno bollato la pubblicazione di questo disco di b-sides come fosse un atto di tracotanza musicale, hybris da tragedia greca, sprezzo della storia del rock o simili. C’è semplicemente un gruppo che ha scartato dalla lavorazione dei due precedenti dischi molte cose buone, e te le vuole far ascoltare. E il materiale è talmente buono, che quasi ci viene fuori un gran bel dischetto: appunto.
Si inzia con l’inedita Tranquilize, l’ormai celebre duetto con Lou Reed, divenuto ormai anche video su Mtv, che pesca a piene mani dalla magniloquenza oscura di Sam’s Town e se possibile si fa ancor più tetro e scardinato. Segue in maniera del tutto disomogenea e arbitraria (ma questo feeling da mix per autoradio non è poi piacevole?) una cover dei Joy Division, Shadowplay (!!), che non può che strappare un sorrisetto compiaciuto per la scelta e una pacca sulla spalla per il coraggio, ma insomma, loro ne fanno una questione di elettro-pop da sala da ballo in salsa eighties, e vabbè. All The Pretty Faces fa poi un po’ il verso agli Interpol, prima di aprirsi su una linea melodica che si pianta esattamente a metà tra Hot Fuss e Sam’s Town. Leave the Bourbon On the Shelf è invece a mio parere la vera regina dominatrice di questa prima metà del lotto, una lezione di perfetta costruzione ad incastro tra una strofa che sa di oldies rock n’ roll e un ritornello che cola miele, sangue ed epica a fiumi, e cavolo se resta in testa. E magari non è un caso che sia ispirata da quella stessa Jennifer che in Hot Fuss aveva ispirato l’opener Jenny Was a Friend Of Mine, e che probabilmente dev’essere una di quel genere di scombinate che tanto stanno a cuore ai Marlon Brando di tutto il mondo. Ritorniamo nella discoteca 80s’ The Killers per ballare un lento con Sweet Talk, la cui natura elettronica deve aver tenuto questa discreta composizione lontana dalla tracklist di Sam’s Town, la palla smerigliata gira comunque e proietta brillantini tutto intorno. E insomma, il resto ve lo potete immaginare da soli. Le coordinate, grosso modo, sono queste. Andando a spizzicare qua e là segnalo Ruby Don’t Take Your Love to Town, una cover di una minor-hit country del ‘69, la splendida Daddy’s Eyes, altra vera perla del lotto, questa volta all’altezza di Sam’s Town. E poi una versione “abbey road” (ma proprio registrata lì) dell’omonimo brano di apertura di Sam’s Town, con la linea portante della chitarra sostituita egregiamente da un piano a coda, che potenzia e mette a nudo la bella struttura del pezzo, davvero penalizzata nell’arrangiamento originale. Poi un’altra cover, la terza, e questa volta sono i Dire Straits, certo che è Romeo and Juliet, e certo che sembra stata scritta per i Killers, lo so, non ci credevo nemmeno io. E proprio alla fine, un futuribile remix di Mr.Brightside, futuribile perché riesce a far suonare davvero attualissimo questo celebre anthem da classifica del gruppo pur filtrandolo attraverso un revival eighties da far cotonare e decolorare i capelli, e che sortisce lo stesso effetto di futuro anteriore che aveva One More Kiss Dear nella colonna sonora di Blade Runner, da brividi. E a proposito, si vocifera che sia proprio quest’ultimo brano a gettare luci sulla strada che la band intende percorrere nell’immediato futuro, ed io mi sorprendo ad augurarmi che sia proprio così.