The Temponauts – A Million Year Picnic

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Vi racconto una storia. Una di quelle all’apparenza insignificanti e fini a se stesse, frutto forse di un viaggio mentale, ma che alla fine nascondono una loro morale, proprio come piace a me.
Un bel giorno mi arriva un pacco postale ed io lo apro subito, curioso di scoprirne il contenuto. Si tratta di un cd accompagnato da qualche nota finemente vergata su di un foglio di carta, ma io non so proprio di cosa si tratti e sono sorpreso. Non me lo aspettavo e penso addirittura ad un errore, ma il destinatario della busta sono proprio io e cerco di vederci più chiaro.
Osservando meglio mi rendo conto che si tratta di un cd di un gruppo chiamato Temponauts, e le note messe lì per essermi d’aiuto li descrivono come un combo piacentino con la testa nei sixties, il culo nel presente e il cuore nella quinta dimensione dei Byrds. Alt, fermiamoci un attimo perché sono un tantino disorientato. Sono totalmente ignorante in materia e, forse perché troppo impegnato a correre dietro alla musica “moderna”, non conosco quasi nessuno dei gruppi citati come influenza. Conosco poco dei Beatles, dei Beach Boys conosco solo Pet Sounds, dei Love conosco solo Forever Changes, ma per il resto è buio totale. Niente Kinks, nienre Byrds, niente Plimsouls e nemmeno Raspberries. Neanche gli Stones, tanto per dire. Sono scoraggiato ma ascolterò lo stesso il cd, perché in fondo nella vita ci vuole apertura mentale e non bisogna fermarsi di fronte a nulla, tanto meno di fronte a ciò che non si conosce.
E sorpresa delle sorprese, A Million Year Picnic, disco d’esordio dei Temponauts, mi piace, e pure parecchio. Suona molto più attuale di tante cose che si professano come il nuovo assoluto, va oltre le mode, riesce a coinvolgermi dalla prima all’ultima traccia e quando finisce mi induce a ricominciare immediatamente daccapo. Si sente che c’è passione, si sente che è suonato da gente che ci crede e certe cose le vive sul serio. In poche parole è musica dannatamente vera. Fondamentalmente A Million Year Picnic è un disco rock, ma con un certo ottimo gusto per i ritornelli pop semplici ma non banali (Captain Frustration una volta ascoltata entra subito in testa e non vuole più saperne di andarsene) e la testa rivolta a certo folk (She’s an Animal). Roba che vale quanto i Supergrass (Atomic Fire Sister), roba che se i Temponauts fossero inglesi in questo momento tutti si starebbero strappando i capelli (Men of Dangerous Maybe). Ma invece siamo in Italia, e quelli come me si stupiscono ancora per miracoli del genere.
A questo punto, (ri)scoprire le musiche del passato è un dovere morale. Probabilmente finirei per rendermi conto che a livello musicale oggi non si inventa più nulla nuovo in senso stretto, ma che alla fine solo chi ha classe riesce a fare musica in maniera personale. E i Temponauts hanno classe da vendere, punto e basta.