Portishead – Third

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Dopo oltre dieci anni di silenzio, paventati scioglimenti, progetti paralleli/altri, tornano i Portishead con ‘Third’, dopo la bufala circolata qualche anno orsono in rete – un presunto terzo album appunto dal titolo ‘Pearl’, accreditato alla band di Beth Gibbons, Adrian Utley e Geoff Barrow ma presto scoperto e verificato in quanto ‘Empathy’, disco datato 1998 dei cuginetti trip-hop meno noti Mandalay.
Ammetto che fino a che l’ascolto, il primo, non arrivo a conclusione, la paura e la diffidenza l’hanno fatta da padrone.
Alla fine non credo davvero che molti fan se ne stiano stati tranquilli alla notizia del nuovo disco dei Portishead. E’ inutile sottolineare quanto sia difficile produrre musica oggi, con la totale massificazione a livello di fruizione e la totale complessità nel riuscire a seguire un percorso qualitativo alto durante la selezione dei dischi da ascoltare, con l’invasione di produzioni digitali, cd-r, e la facilità soprattutto di registrare musica, che se in un senso ha fatto si che molti ottimi gruppi siano usciti allo scoperto con maggior facilità,mha altrettanto appiattito le produzioni, troppe e spesso non di livello.
La rottura che i Portishead hanno generato con ‘Dummy’ è stata incredibile, una rottura che ha contribuito a rallentare il beat in un’Inghilterra dove la generazione di ravers aveva oramai contaminato la maggior parte della musica elettronica, una rottura che ha creato collegamenti fino all’epoca impensabili, tra psichedelia, hip-hop, elettronica black e kraut.

‘Third’ esce il 28 aprile, circa cinque mesi dopo l’uscita dell’ultimo di Burial, ed essendo abbastanza automatica la connessione, non posso che riflettere sul seme comune che condividono questi artisti.
La mia preoccupazione più grande era quella riferita al fatto che un nuovo album dei Portishead, autoproclamatisi in naftalina per un lasso di tempo nel quale la musica tanto è cambiata, potesse suonare “vecchio”. Paura che i salti generazionali che ci sono stati nel percorso evolutivo che ha visto i Portishead invece in standby e non produttivi a livello discografico potessero risultare troppo pesanti.
Invece il gap generazionale non c’è se non a livello di scelte: la band di Bristol non ha perso lucidità e tanto meno ha perso la passione per l’analogico, valore assolutamente aggiunto in ‘Third’. Gli organi potenti, le calde elettroniche vintage e i suoni valvolari di amplificatori hanno costituito elementi di grande spessore nella costruzione del disco, probabilmente il più psichedelico e vicino ai Can che il trio britannico abbia realizzato.
Le cadenze narcotiche, le atmosfere lisergiche che tanto ci avevano fatto perdere la testa nei due dischi precedenti, in quest’ultima fatica risultano ancor più forti e quanto mai vive. Beth Gibbons e la sua voce trasudante nicotina e alcol è straziante come se davvero un domani non ci fosse. I brani, tutti, di categoria elevata, capaci di snodare e sviscerare ogni essenza più intima e notturna, ci arrivano dritti al cuore, come una lancia, come se l’ascoltatore si ritrovasse a fare il San Sebastiano di turno.

‘Third’ è il disco del quale avevamo tutti bisogno, è il disco che ci mette nella condizione di credere ancora che sia possibile comporre un capolavoro nel 2008.

Federico Bindini

Dieci anni e non sentirli. Come se il 1998 fosse ieri, i Portishead se ne sono usciti con un disco nuovo che è un vero e proprio capolavoro. Punto e basta. Un disco doloroso, rumoroso, autentico, senza compromessi: da piangere di gioia ad ogni ascolto, da ascoltare in loop, per rendere palpabili le proprie paranoie o esorcizzarle a seconda dei casi e delle situazioni.
Chiariamo subito una cosa, anzi due: i Portishead non hanno mai avuto nulla a che fare con quel vacuo ex fenomeno di costume che un tempo tutti chiamavano “chill out”, ma ‘Third’ non ha nulla a che vedere con i due dischi che lo hanno preceduto. Tanto erano morbidi e cinematici ‘Dummy’ e ‘Portishead’, tanto è morboso ed opprimente questo. Non ci sono mezze misure. Mentre lo ascolti ti dà l’impressione di essere in grado di prendere vita da un momento all’altro, bloccarti in un angolo della stanza nel quale ti trovi e trasmetterti tutta la sua sofferenza, goccia dopo goccia, molecola dopo molecola, fino a saturarti completamente rendendoti incapace di fare altro che non sia prestargli attenzione. In poche parole: roba che entrerà nella storia.
Tutti li avevano dati per morti e sepolti, persi in un nugolo di paranoie, psicofarmaci, side project & etichette musicali con le quali lanciare nuove band, ma i Portishead sono tornati ed, alla faccia di quelli che non ci credevano, ci hanno regalato un’Opera Favolosa. C’è dentro di tutto e di più: il motorik sciacquato e passato alla moviola di The Rip, il folk lunare di Deep Water, i loop friggicervello di Plastic, la Nuova Fonderia Paradiso di Machine Gun. Sembra impossibile che possa esistere roba così urticante e allo stesso così orecchiabile, eppure i Portishead sono riusciti nella grande impresa. I Portishead sono oltre. Una delle più grandi band di sempre.
In rete ho letto addirittura che qualcuno ha definito ‘Third’ come un disco dell’anno di quelli che ne escono ogni dieci: concordo in pieno, sottoscrivo parola per parola ed dico pure che se Lou Reed fosse morto subito dopo le registrazioni di White Light/White Heat oggi i Velvet Underground suonerebbero così. Competizione con Chuck Palahniuk per darti fastidio.