The Raveonettes: Dead Sounds


I Ravenoettes sono dei tipi un po’ così… schivi, distaccati, alienanti, un po’ tristi (o meglio trishhti) dentro. Li vedi alla Festa dell’Unità di Roma che passeggiano tra un chiosco di kabab e il peruviano che ti vende da un lato la maglietta con l’indiano e dall’altro quella con Cobain e capisci che c’è qualcosa che non torna… con quei loro vestiti neri, quell’espressione noir dark e con quel sottofondo merengue che si sente dovunque sembrano dei pesci fuor d’acqua. Ma chi mai sarebbe andato a vederli in un locale/club al chiuso in pieno luglio estivo?
È con questo interrogativo retorico che la maggior parte della gente intorno alle 22 ha incominciato ad affollare la piccola arena a Terme di Caracalla.
Apre il concerto Lara Martelli e non riesco a togliermi di dosso il fastidio di un live potenzialmente bello ma rovinato da un buon 60% di basi preregistrate. Si rasenta il karaoke quando ti accorgi che su alcuni pezzi bassista e chitarrista sono totalmente immobili, senza neanche aggiungerci un po’ del loro; ed è un peccato visto che la band che la sostiene “gira” benissimo, e lo si vede nei –purtoppo- pochi episodi in cui li scopri a suonare tutti insieme.
Chiude il set una Black Bird tipicamente Beatlesiana, che però sembra un po' buttata lì… Il pubblico, tra una birra (acidissima, ma che ci hanno messo dentro?!) e l’altra applaude.
Cambio palco velocissimo per il duo/quartetto danese che, con una batteria ridottossima (timpano+rullante), imbraccia le chitarre e si getta in un sound carico di riverberi, delay e chorus a manetta. Triste dirlo ma già alla terza canzone hanno stancato: questa botta di suono è bellissima, ma bisogna prenderla a piccole dosi o avere veramente il “pezzo” che funziona e qui, vuoi per la mancanza del basso (anche questo campionato, che palle), vuoi per la batteria che non può dare le giuste dinamiche o per le due chitarre che non riescono ad emergere l’una sull’altra, la sensazione generale è di un pezzo circolare che si rincorre e si ripete.
I singoli riscuotono il loro plauso, ma i pezzi di contorno fanno annegare il live in un sonoro autocompiacimento. Troppa posa e poca sostanza, troppo rumore o pochi riff, troppa monotonia e poco coinvolgimento.
È vero, sono loro, sono fatti così e sono cool perché sono così, ma sul disco, perché dal vivo sono quattro sagome di cartone. Personale elogio da parte mia per la conclusiva Aly Walk With Me, l’unico pezzo della loro discografia che mi coinvolge a pieno, per il resto continuo a preferigli la schiettezza e l’efficacia di gruppi come i Gliss che sembrano essere fatti della stessa pasta ma hanno ben altra forma.

Foto di Cherry Blossom G1rl