Dargen D’Amico – Di Vizi Di Forma Virtù

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Una mosca bianca, il Vasco Brondi dell’hip hop italiano. Attitudine in your face terribilmente vera e veritiera, senso della frase, vocoder impazziti, psichedelia mutante. I Daft Punk osservano divertiti dal buco della serratura. Non si era mai sentito nulla del genere in Italia, l’Italia non è ancora pronta per un’opera del genere ma è solo questione di tempo. Musica per pochi ma buoni, musica che se arrivasse in heavy rotation su Mtv sarei l’uomo più felice di questo mondo.
Dargen D’Amico nato Jacopo stavolta l’ha fatta grossa. Un grande cantautore che ha scelto l’hip hop come mezzo di comunicazione e ruvide basi electro come forma d’accompagnamento se ne è uscito con ‘Di vizi di forma virtù’, un monumentale disco doppio in cui ha buttato dentro tutto sé stesso e tutta la sua Arte, senza porsi limiti, senza aver paura di rischiare, senza compromessi.
Ai primi ascolti il disco lascia quasi sotto choc per quanto è diverso e fuori dagli schemi, ma ci si entra dentro e non se ne esce più. D’Amico ha tante cose da dire e le dice in 35 brani, sembra un fiume in piena che nessuno pare essere in grado di fermare, è un poeta punk senza cresta che riesce a trattare argomenti serissimi in maniera grottesca e viceversa. Ha la capacità di cambiare pelle più volte nello stesso brano, di essere più persone, facendo sì che le sue canzoni nascano, crescano, si evolvano e diventino qualcosa che non ha nulla a che vedere con il punto di partenza. È un attore terribilmente realistico, una persona reale terribilmente surreale. Cambia pelle, cambia forma ma non sostanza, rimanendo sempre sé stesso, in tutto e per tutto, sempre in bilico tra serio e faceto, tra buon gusto e cattivo gusto, tra gioia e tristezza, tra buona e cattiva sorte.
‘Di vizi di forma virtù’ fa del contrasto la sua ragione di essere ed il suo punto di forza, con testi da riso amaro o da pianto di gioia, ed ha come (principale, ma non unico) filo conduttore il tema della precarietà: precarietà affettiva, lavorativa, economica, nei rapporti con la gente, nei rapporti amorosi, nei rapporti con se stesso. Eppure si intravede un barlume di speranza, un’occasione di riscatto che D’Amico intende dare a sé stesso e all’ascoltatore attento e ligio al proprio dovere.
E l’ascoltatore non può che ringraziare Dargen anche per il solo fatto aver regalato al mondo cose da lacrime agli occhi come Al Meccano, La divisione del lavoro, Ex contadino, In alcune zone del mondo e la magistrale Il rap per me (in cui in poco meno di cinque minuti spiega tutto ciò che c’è da sapere sull’attitudine hip hop), roba che comunque la si veda non lascia indifferenti proprio perché, piaccia o no, nell’Italia 2008 è roba inedita e mai ascoltata prima.
In definitiva, Di vizi di forma virtù è un disco che fa genere a sé e che rappresenta un punto di svolta, una sorta di spartiacque – bisogna solo saperlo ascoltare per rendersene conto. C’è un prima e un dopo, ma dopo probabilmente nulla sarà più come prima. Un tipo come Dargen D’Amico è un irregolare che se vuole può arrivare ovunque, ed a questo punto una collaborazione con un altro irregolare come Bugo diventa un dovere morale.