The Declining Winter – Goodbye Minnesota

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Ci sono quei dischi dei quali mi rimane davvero difficile parlare, per quanto essi mi piacciano a dismisura. E’ questo il caso per esempio. Richard Adams esce allo scoperto dopo il già collaudato lavoro solista del fratello Chris a nome Bracken, ponendo la sua prima firma personale al di fuori della creatura di famiglia, gli Hood, escludendo un sette pollici edito poco prima della full-lenght. Credo che ascoltando le varie scorribande parallele al “gruppo madre” si riesca a comprendere al meglio e nel dettaglio la natura stessa della band di Leeds. Sia ben chiaro, non vuole essere questo un modo per sminuire la bontà dei lavori dei vari membri del gruppo esterni agli Hood, anche se ovviamente una sorta di analisi e di studio è automatica: l’amore di Richard verso le introspezioni, spesso acustiche, di visioni a tinte pallide corrisponde in pieno con l’umore che definisce e scandisce ‘Goodbye Minnesota’. Ed è fisiologicamente proveniente dalle sue corde l’evanescente coltre fumosa e plumbea propria degli Hood. Il disco si apre con Summer Turns To Hurt, uno splendido e spettrale loop di chitarra che si interseca con le voci che a poco a poco prendono campo, riuscendo solo negli ultimi due minuti e mezzo di canzone a trovare appoggi su una ritmica riverberata a colpi di spazzole. “We Used To Read Books” è un ottimo monito dove echi dubby oriented si amalgamano a perfezione con le altre parti. La visionaria I Don’t Really Want To Be Alone ci prende per mano per poco più di un minuto e ci accompagna alle aperture chiaroscurali di To Know Gospel, seguita a ruota da Yorkecitythree, una delicata malinconia vestita di folk sbilenco e claudicante. La ritmica lo-fi introduttiva di Oh God C’mon muore dopo poche battute per lasciare spazio all’equilibrio chitarra arpeggiata/piano elettrico/batteria/voce che si snoda litanicamente fino a sfumare in reverse. The World In An Idiot è l’espressione di un indovinatissimo bilanciamento tra indietronica minimale e folk straniante, “Last Train To Mapel Grove” è una fredda orchestrazione che funge da ponte verso The Clock Gently Ticking In The Hall che con le sue chitarre arpeggiate sviluppa una trama ipnotica; le conclusive Hey Nick, Heyward e l’omonima Goodbye Minnesota non fanno che aggiungere peso specifico ad un album davvero elegante sia nella sua emotività copiosa e sincera, quanto nella sua austera carica, totalmente alienante. Se per il sottoscritto gli Hood sono il gruppo in attività forse più completo ed elevato, Richard Adams ne è il figlio prescelto. Inossidabilmente fragile.