Janelle Monae – ArchAndroid

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
Luglio 2010 Bad Boy Entertainment http://www.jmonae.com/

Locked Inside

Non è facile dire cosa funziona veramente nel personaggio di Janelle Monae. Proverò a dare la mia interpretazione. Ma intanto iniziamo col dire che funziona, piuttosto bene.

Lei, giovanissimo vulcano, ha conquistato gli Outkast (nume tutelare è Big Boi) e P.Diddy (per la cui etichetta incide) e si prepara a travolgere chiunque con uno spirito che quantomeno dovremmo definire coinvolgente. Proviamo ad orientarci attraverso questo ArchAndroid, Suites II e III di una trilogia ispirata al film Metropolis di Fritz Lang, che era stato preceduto da un (notevole) EP come Suite I. Esordio dunque, ed esordienza acerba ma decisamente in palla. Dalla copertina abbiamo un’immagine regale e un’estetica futurista. Talmente divino è il suo viso che sarebbe potuta essere la perfetta copertina di Nefertiti di Miles Davis (che non citiamo a caso, dalle sue parti torneremo), ma cita evidentemente anche la regina del neo-soul Erykah Badu. Se però poi vediamo lei nei video o nelle foto, ci troviamo di fronte ad un indemoniato maschiaccio con un ciuffo cool che ne fa una sorta di Grace Jones rockabilly. E che ci crediate o no, non siamo molto distanti dal descrivere la sua musica. L’album parte in pompa magna con una sontuosa Overture (un’altra divide a metà l’album) che sfiamma subito in un r&b modernissimo e programmatico (Dance or Die, impreziosita da Saul Williams), per poi proseguire per i territori più disparati della black music e oltre. Dalla citazione di James Brown, nella scatenata hit Tightrope, alle mossette di Michael Jackson fino ovviamente agli Outkast, a cose più spiccatamente pop, a cominciare dal brano insieme agli Of Montreal (Make The Bus), sfiorando gli Abba e i Carpenters, fino a cose molto più cinematiche. E aggiungeteci che finalmente, direi, si tornano a sentire assoli fuzzettoni e psichedelici su brani r&b, roba quasi alla Prince.

Insomma il segreto è che un materiale così eterogeneo, citato con disinvoltura e senza timore reverenziale, potrebbe risultare pretenzioso e supponente, è invece frutto di una irresistibile impertinenza. Questo è il quid, la freschezza, che ravvisiamo in Janelle Monae. E che mi ricorda un po’ la mitica Betty Davis, moglie di Miles Davis, amante di Hendrix e che suonava con la band di Sly. Solo che la Davis era una bomba di sensualità. Qui tra androidi, regalità e monellerie non c’è traccia di seduzione. Pur senza suonare freddo, ad ArchAndroid manca un po’ di mistero, di sottotesto. Sospesi tra gioco e magniloquenza, indubbiamente al disco pesa l’esser stato pensato come se fossero due, e a volte l’aspetto didascalico di una narrazione prende il sopravvento su quella che è la caratteristica migliore di Janelle, ovvero un piglio geniale ed imprevedibile che tempesta di lapilli ma ancora non incendia.