Beady Eye – Different Gear, Still Speeding

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
1 marzo 2011 Beady Eye Record Beady Eye

The Roller

Il “mondo spaccato” degli Oasis non stava più nella pelle, tutto concentrato a guardare le sorti dei fratelli serpenti e relative defezioni oramai abbandonate anche dalla casistica per quanto frequenti, e ancor più tremebondi per l’uscita del primo album “Different Gear, Still Speeding” dei Beady Eye –  band architettata dall’infingardo Liam Gallagher e i transfughi ex Oasis Gem Archer, Andy Bell più il nuovo batterista Chris Sharrock –  il disco che sancisce – chissà quanto durerà – il trancio di un logos che ha innalzato sulla grande scena il gagliardetto del Brit Pop.

Ma non tutto è oro quello che luccica; certamente nessun rinascimento, assolutamente vago ricercare difetti o sgarri tecnici – del resto stiamo sempre a parlare di mostri – , la verità sta nel mezzo, un disco rivoltato all’indietro negli anni sessanta, invecchiato a dovere non per sensazionalismo, ma piuttosto per i ceri accesi sotto le figure emblematiche che colorano, stridono e fanno dinamica di potere attraverso tredici tracce docili e “musicalmente” qualunquiste.

Spirito Mod, Paul Weller ovunque, automatismi un po’ leziosi che non si distaccano dal derivativo, è l’identità di un album che se all’improvviso monta come una preghiera elettrica sintetizzata dei sermoni rock degli Stones, Who e Kinks, poi si acquieta e torna mansueto nelle honeyland rassicuranti Beatlesiane “The Beat Goes On”, con i Verve che si ricompongono nei corollari di “The Morning Sun” e “Kill For A Dream”, e i  ganci pop di “For Anyone”, “Standing On The Edge Of The Noise” che vanno a profumarsi d’olezzi e nuanches psichedeliche con fragranze Lennoniane a tutto spiano.

Da qualche parte si sente già dire “una nuova ondata della musica britannica”, qui si è dell’avviso che non bastano distorsioni controllate, qualche disturbo digitale ed una manciata d’insidiosi tormentoni per l’imminente primavera per tornare a parlare di una new-invasion dalla Manica, Liam Gallagher, il ragazzone senza pace e tronfio di quel teppismo “miliardario” non fa altro che ripetere l’urgenza espressiva dei primi Oasis, un doppione sulla distanza che sembra sempre più una rivalsa verso il fratello Noel che una presa di coscienza musicale.

Lennon forse si disturberà nella tomba per essere stato chiamato in causa così fortemente, Noel  scalzato dal fratellone terribile ha già cambiato la serratura della parentela stretta e lui, Liam, lo spilungone occhialuto che si crede ringiovanito artisticamente gioca forte col pressapochismo; nel frattempo che la storia farà la storia festeggiamo un punto interrogativo rock.