Kurt Vile – Smoke Ring For My Halo

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8 Marzo 2011 Matador Kurtvile.com

Smoke Ring For My Halo

Sono ormai tre anni che ci viene suggerito di segnarci sul taccuino il nome di Kurt Vile, esattamente dall’uscita di Constant Hitmaker nel 2008 che aveva rivelato un talento di songwriter pungente ma ancora molto acerbo, e il seguente passaggio alla Matador.

Diciamo subito che dopo il fuligginoso Childish Prodigy, primo lavoro per Matador, ritroviamo il ragazzo in ottima forma, con un lavoro davvero convincente, ma forse bisogna ancora una volta rimandare la consacrazione, e questi non sono tempi che brillano per la pazienza di aspettare. A voler giocare con i paragoni, accomunando Vile ad un manipolo di artisti weirdo che alcune etichette stanno coltivando, ripescando appeal underground, Smoke Ring For My Halo, non ha ancora la potenza immaginifica dell’esordio di Ariel Pink, ma risulta decisamente più a fuoco rispetto alle pubblicazioni del suo sfortunato compagno di etichetta, Jay Retard, e l’album si incunea, più barba e meno sinapsi, nel solco tracciato dall’ultimo Deerhunter, ovvero un recupero della canzone 90ies resa più sapida da una nuova consapevolezza finalmente depositatasi.

Potremmo definire lo stile di Kurt Vile come una versione folk del primo Lou Reed, vagamente declamatorio nel cantato, quasi stordito, ma con elaborazioni melodiche complesse, capace però, soprattutto in questo nuovo disco, di non sacrificare a questa finzione essenziale elementi di tealtralità, più carichi, sia nella composizione stessa, con belle punteggiature estemporanee, che nell’aspetto scenografico dell’arrangiamento: quella che potremmo chiamare la sua componente sinaptica.

E se il brano iniziale Baby’s Arms deve probabilmente qualcosa a Nick Drake, nell’impasto sonoro che la rende così eterea, altrove i punti di riferimento sono altri e deliziosamente fuori moda. Sebbene melodicamente piuttosto diversi, certi picchi elettrici e il primo piano riservato alla scrittura (In My Time e Puppet On The Man, soprattutto) non possono non ricordare i Dinosaur Jr o quantomeno la variazione acustica sul tema, ovvero l’ultimo lavoro di J. Mascis, mentre la “carineria” di Jesus Fever, il singolo, arriva a ricordare i Folk Implosion di Lou Barlow, il tutto accreditato dal chiomone seattlissimo che Vile si porta dietro. L’anima rock di Kurt Vile viene da queste parti, ma forse altrettanto puntuale come punto cardinale, soprattutto per Smoke Ring For My Halo, è l’opera di Greg Dulli, tanto che nell’ ottima Society Is My Friend (ma anche On Tour) sembra di sentir suonare degli evanescenti Afghan Whigs, grazie ad una produzione più corposa e accentuazioni più marcate.

Laddove si privilegia un lavoro in sottrazione e un tono più sommesso i risultati sono altalenanti, in virtù di un delicato equilibrio tra ossessività e lirismo, tra spirito e formula, che riesce per esempio in Peeping Tomboy e nella titletrack ma molto meno, per esempio, nella noiosissima traccia di chiusura.

Difficile dire a che punto siamo del percorso artistico di Kurt Vile, confusi da tante promesse e scommesse, ma anche certi di un talento che non smette, se non di confermarsi, come è lampante in questo caso, almeno di lasciare tracce di sé. Di sicuro si tratta di un lavoro più maturo rispetto all’approccio istintivo che contraddistingue la sua produzione, e la speranza è che questa direzione venga ulteriormente sviluppata purché non a scapito della spontaneità traboccante con cui Vile sa complicarsi la vita.