Death Cab For Cutie – Codes And Keys

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31 Maggio 2011 Atlantic Records deathcabforcutie.com

Stay Young Go Dancing

Un disco tutto sommato buono, anche alla “luce” – mai parola fu più azzeccata – di quella bella “Meet me on the equinox” che faceva parte della seconda serie cinematografica dei vampiri di Twilight e anche manifesto della rinascita fisica del leader Ben Gibbard, anche lui vampiro ma d’alcool.
I Death Cab For Cutie al loro settimo lavoro in studio “Codes and Keys” provano a fortificarsi nel far navigare quell’indie-rock d’appartenenza, ed entrano a far parte della flotta Atlantic, major che però, se da una parte li ha portati ad un gradino di plus sufficienza, dall’altra li ha fatti discreditare da una cospicua fetta dei loro fan con la condanna viziosa di essersi venduti la faccia pur di restare a galla.
Ovvio che le attese di questo lavoro – un tenutario sonante di fantaironia – salivavano di certo un carico di suoni vitali ed energici, ma ora, scoperto l’arcano di una cosa piacevole ma non proprio “fresca”, ci si può limitare a registrare la descrizione visionaria di un disco che si ascolta senza saltare nel delirio, un prodotto accettabile che fa “transizione” tra il passato ed un futuro che verrà.
Non c’è più quel Chris Walla a produrre la “storta storia” della band, ma è stato chiamato Alan Moulder (Depeche Mode, Jesus and Mary Chain) al timone, forse per raddrizzare oltre misura quella specie di devoluzione sintetica ed ossessiva che da un po’ di tempo girava sotto il tetto DCFC – l’alcolismo di Gibbard – ma più che altro per ridare forma e futuribilità ad un’irresistibile tendenza di rispolvero verso battiti soft eighties vagamente – altrimenti – pronti a rassegnarsi come cianfrusaglia se non paccottiglia da scordare da qualche parte.

Preso a piccole dosi, Codes and Keys, può riscuotere – da chi si affacci solo ora al mondo di questa band – qualche represso e timido applauso, mentre chi si è cibato a pancia larga dell’essenza alternative dei precedenti lavori della band non potrà fare a meno di notare l’andamento standard del “move it”, o il fatto che lo sferragliamento chitarristico è stato ridotto all’osso, o che l’ansia è stata portata a ragionare tra gli Arcade Fire e tastiere sintetiche fasciate delle consuete melodie distintive della band: “Unobstructed views”, “Home is a fire”, “Some boys”, “Monday morning”; lasciano l’amaro in bocca le cavalcate zoppe di “Portable television” e “You are a turist”, mentre rinsaldano lo spirito le visioni delle vocali larghe di Gibbard in “St. Peter’s Cathedral” e “Stay young, go dancing” perfetta unione di chitarre ed archi che non pretendono la luna, ma ci si avvicinano di molto.
Sì, questo lavoro si cimenta a scorrere tranquillamente senza apportare l’onda rivoluzionaria che ci si aspetterebbe, tuttavia la sua vitalità cerca sempre una piccola insenatura della storia musicale dove poter attraccare i suoi filamenti pop-rock prestati all’indie; il futuro discografico numero 8 ci darà ragione, nel frattempo lasciamoci prendere dal suo placido ed innocuo morso mentre diamo spazio al ricordo di quel “Transatlanticism”, l’eroismo che fu e che non potrà più essere.