Jakszyk, Fripp, Collins – A scarcity of miracles, A King Crimson Projeckt

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31 maggio 2011 Discipline Discipline

A Scarcity Of Miracles

Che non ci siano più miracoli da aspettarci nella musica è un dato appurato, ma almeno fateci credere che qualcuno sia scappato di mano ad una Santeria qualsiasi e cerchi d’arrivarci pieno e tronfio di suoni, echi e meraviglie ancora vergini e cellophanati; anche Robert Fripp – come miracolo di resistenza sulle corde dei Re Cremisi –  poteva ancora stupirci con effetti speciali e colori ultra-vivaci dopo otto anni di digiuno, invece preferisce giocare di piatto e “A scarcity of miracles – A King Crimson Projeckt” n’è la prova inquietante e acefala, lontanissimo per mole e crepitii dai work in progress d’anni fa, riferiti alla seconda vita della band; con Fripp un manipolo di musicisti che hanno abitato i Cremisi in varie latitudini, il chitarrista Jakko M Jakszyk,  il sassofonista e flautista Mel Collins, Tony Levin al basso e Gavin Harrison alle percussioni, ed è inutile nasconderci dietro un dito con la scusa di un B-Project, il disco mette al vento la piena volontà di Fripp di riportare il cantos Crimsoniano agli splendori di un tempo, o almeno ad una nuova stagione filologica di esso, ma i conti non tornano e lo stupore dello scontento si fa d’aceto tra le falangi dei fan.

Diciamo un bel disco che non tocca mai terra, ma forse appunto è questo mai toccare terra che porta a generare una possibile letargia solenne che s’inerpica su per tutta la colonna vertebrale del disco, gli infiniti landscape meditativi e verticali che Fripp – come un incantatore di serpenti – porta al culmine dell’epico tra il fingerpicking argentino di Jakszyk e la fine battitura di spazzole e pelli di Levin ed Harrison, troppo versato alla contemplazione – tra il mistico ed il lisergico – di una visione extra sensoriale che vorrebbe far combaciare il passo dalle parti corazzate del progressive, ma per farlo occorrerebbe un po’ di melodia, un minimo di fraseggio tra comuni mortali, ed è qui che il peccato di Fripp si consuma tra la partitura di  pochi atti.

Grandi musicisti volanti quelli d’oggi che si rimuovono in questo disco, ma che hanno le ali mangiucchiate dalla troppa esposizione su latitudini inarrivabili, lasciando a terra quelle bellissime ballate, quei testi cosmogonici e quell’alimentazione energetica che ebbe – in un lontanissimo ieri – il massimo esplosivo in “21 st Century Schizoid Man” , apoteosi originale di una “questione musicale” che si pensava non avesse mai fine, invece la fine c’è stata e l’energia dissolta tra nebulose e cianotismi vari; e stiamo qui a raccogliere i cocci di un mito, di quello che rimane – e non è poco – della grande avventura pionieristica del progressive che fu, ma la distanza è tanta e il nuovo progetto di Fripp e Soci – togliendo sempre il cappello in segno di deferenza – sta lì nel decollo programmato in 7/8 di “A scarcity of miracles”, muove l’esotismo ritmato di una Gu Zheng (una cetra cinese) che colora “The price we pay”, anela nel sax divino di Collins che fa ago della bilancia con le ingarbugliate – per noi profani –  scale quadritonali di Fripp e  la tensione vocale e  di pianoforte di Jakszyk “The other man”, per finire sul binario glaciale e apparentemente senza vita delle sinfonie siderali di Fripp “The light  of day”, quasi dieci minuti d’elegia polare e irraggiungibili paesaggi asettici come tradizione dell’autore.

Il disco si va a parcheggiare sulle piazzole secondarie della leggenda Crimsoniana, il supergruppo ibrido e altisonante è sempre più lontano dai terrestri, ma ci sono almeno le premesse per una rimpatriata alla grande sulle strade di Canterbury? Chissà le strade del Signore sono infinite, ma anche se fosse, forse saremmo nelle parti della zona industriale di Canterbury!