Hauschka – Salon Des Amateurs

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Aprile 2011 FatCat Hauschka-net.de

Radar

Chissà se Volker Bertelmann, il compositore e pianista tedesco che si cela dietro il moniker Hauschka, con le sue aperture ad una fruibilità più ampia e giocosa di questo Salon des Amateurs, abbia voluto concedersi un divertissement o la consideri la direzione evolutiva del suo percorso artistico. Non che i lavori precedenti di Hauschka fossero in generale più seriosi, anzi il precedente Foreign Landscape si avventurava già in territori più cinematici, ma sicuramente c’era un approccio più classico, dedicato all’esplorazione del pianoforte preparato, sulla scia di Erik Satie. Proprio il pianoforte preparato, ovvero l’aggiunta di oggetti diversi nel corpo del piano per manipolare la timbrica pura dello strumento classico per eccellenza, segnala un forte interesse per la varianti di grana del suono, e potrebbe essere il link con una certa elettronica che cerca di valorizzare le caratteristiche sinestetiche delle timbriche digitali, preferendo la ricerca sulla materialità del suono ai suoi impasti genetici.

Pur procedendo nella direzione di una moderna Penguin Cafè Orchestra, Hauschka imposta il nuovo lavoro nella resa acustica e suonata, di intuizioni musicali che potrebbero tranquillamente appartenere ad un Four Tet o ad un Bibio. Ad accompagnarlo c’è l’ossatura dei Calexico, John Convertino e Joy Burns, che contribuiscono a rendere estremamente tangibili, anzi propriamente tattili, vibranti sull’epidermide, tutta una serie di soluzioni che potremmo immaginare più facilmente programmate ad un computer. Rispetto a queste scelte che potrebbero sembrare, appunto, esercizi di stile, Hauschka lavora egregiamente sulle strutture equilibrando con perizia la ripetizione ossessiva come traccia del (post)moderno, seduttive elucubrazioni minimali, e risacche emotive che non hanno nulla da invidiare al miglior Yann Tiersen, magari in copula con il “giocattolaio” Pascal Comelade. Una poderosa orchestrazione di fiati tradotta in carillion di Taxitaxi, ci fa girare tra grattacieli racchiusi in una scatola, con Radar e Ping finiamo in un vicolo dove le informazioni corrono sui fili per stendere la biancheria, altri brani come Two AM o Girls sembrano drammi brechtiani rappresentati da un teatrino di marionette, in questo dialogo tra onomatopea dei suoni e nitidezza delle percezioni.

Su questo equilibrismo, che l’album a volte sembra accontentarsi di narrare, tra rielaborazioni stilistiche e un gentile e sofisticato solletico d’abisso, si sdipanano trame meravigliose ad un ascolto di sottofondo ma che sono capaci di ispirare, oltre alla curiosità, anche vere e proprie apnee d’immersione. Non si limita a scorrere in discesa, dunque, Salon des Amatuers, come pure avrebbe potuto fare, ma si affida alla spinta pulsante di un cuore.