Jay Z & Kanye West – Watch The Throne

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6 Settembre 2011 Roc-A-Fella Records JayZ - KanyeWest

New Day

Forse bisognerebbe aspettare ancora un po’ per guardare a Watch The Throne, la conclamata collaborazione tra i due mostri sacri dell’hip-hop contemporaneo, dalla giusta prospettiva. Arriva indubbiamente al momento giusto l’album, consolidatosi Jay-Z come il più (chiedo venia) rap-presentativo del genere e reduce, Kanye West, da My Beautiful Dark Twisted Fantasy, un album ormai affermatosi come pietra miliare del pop nuovo millennio, a suggellare una collaborazione tra i due che in realtà non si è mai del tutto esaurita da quel The Blueprint del 2001 che vedeva Jay-Z in piedi e West seduto al mixer.

Eppure tutta questa puntualità, questo tripudio di giustezza, oscilla pericolosamente, come un metronomo di vetro. Non che l’album deluda. Anzi, riesce ad essere miracolosamente all’altezza della grandezza che esso stesso si vuole riconoscere. L’incipit è di quelli che fanno cadere in ginocchio, quella No Church In The Wild, che giustifica ogni tipo d’affermazione, carica di blues e di gospel fradici ed ebbri di un monumentalismo che non gli è mai appartenuto, fino ad ora. Persino dove vanno col pilota automatico, nella Lift Off che sembra scritta su misura sui canoni mainstream di una Beyoncè perfettamente a suo agio, ammantano la pomposità e la grandeur con soluzioni eleganti e affatto scontate.

Non soffre l’album la centralità autoreferenziale che i due si tributano e suona sufficientemente “aperto”, ricettivo e frastagliato da anime in movimento, nonostante le poche collaborazioni, tra cui quella in famiglia, appunto, di Beyoncè, Frank Ocean degli astri nascenti Odd Future (OFWGKTA) – che suona come un’investitura dall’alto – , e un feat accreditato ad Otis Redding nello splendido omaggio Otis, compaiono anche Mr Hudson e fanno capolino gli immancabili Kid Cudi e The Neptunes in sede di produzione, e anche l’ormai ex-infiltrato Justin Vernon (aka Bon Iver) mette bocca in That’s My Bitch.

C’è un’aria di regalità, perfettamente enunciata nel titolo e nell’artwork, con i suoi vizi di inaccessibilità e di conservazione dell’immagine del potere, ma illuminata e virtuosa. Laddove il trono, invece, scricchiola è sulla tracklist con più d’un sospetto di filler. Il coro di voci bianche in Murder To Exellence ne fa una copia sbiadita di They Don’t Care About Us di Michael Jackson nonchè il suo rovescio semantico, Who Gon Stop Me cade finalmente nel tronfio e Made In America suona paracula. Non a caso inizialmente il progetto prevedeva EP di 5 tracce e si sente. Altrettanto evidente è che un Ep, con i suoi limiti commerciali, non avrebbe reso l’idea di fondo, fondamentalmente autocelebrativi. Nonostante i colpi a vuoto, la considerevole reggia di cristallo a forma di metronomo non crolla, e, in giorni di dittatori che cadono, ci piace pensare che i sudditi asserviti di questi due sbruffoni, non siamo noi, ma il tempo, la luce e e le parole, che, sedotte, gli ubbidiscono.

  • Io

    non condivido su murder to excellence “copia sbiadita” di they don’t care about us… è un gran pezzo. concordo invece su made in america, paracula e pezzo debole del disco.