Intervista a Julia Kent

Nella musica di Julia Kent l’eleganza minimale del violoncello si sposa con sottile ricercatezza  all’elettronica raffinata e all’eco lontano di registrazioni ambientali, trasportando l’ascoltatore all’interno di un viaggio pregno di sensazioni, emozioni e suggestioni umane e naturali. Vi proponiamo questa interessante esplorazione all’interno del suo universo musicale, raccontato dalle parole della stessa Julia Kent, in balia della poetica dicotomia tra musica classica e contemporanea, forze della natura e contesto urbano.

Parlami dei luoghi che hai scelto per registrare e delle modalità di registrazione che hai usato per realizzare i tuoi album?
Registro tutto a casa, perché è il luogo dove mi sento più creativa e a mio agio, ma anche quell’ambiente personale ed intimo dove porto tutte le esperienze che ho raccolto durante i viaggi e attraverso i vari incontri e le emozioni provate. Perché io suono e registro tutto da sola, spesso mescolando nei miei lavori registrazioni di suoni ambientali, in modo tale da restituire la percezione di luoghi più vasti e di atmosfere differenti….per introdurre, in un certo senso, suoni dissimili.

In che modo convivono elettronica e violoncello nella tua musica? Oggigiorno è insomma ancora inconsueto far coesistere musica classica e musica contemporanea, oppure questa fusione avviene solo come una sorta di processo naturale?
Io credo che attualmente si stia verificando un intensificarsi delle relazioni tra musica classica e contemporanea. Non che i confini si siano completamente dissolti, ma la “membrana” è sicuramente più permeabile! Quanto a me, anche se mi sono formata come musicista classica e suono uno strumento “classico”, non mi sento come se stessi lavorando all’interno di un contesto classico. Per me la musica è un mezzo di espressione ed io provo ad usare qualsiasi suono, sia elettronico che acustico, possa ulteriormente esprimere quell’aspetto.

Deelay aveva invece come concetto principale l’aeroporto. La teoria del non-luogo di  Marc Augé secondo Julia Kent?
Per me gli aeroporti, oltre ad essere dei “non -luoghi” nel senso che Marc Augé scrive di loro, possono anche essere dei luoghi profondamente emotivi, contenenti così tanta transitorietà dell’esistenza umana e tutte le emozioni coinvolte nel partire o nell’arrivare. Il processo di transito implicato nei viaggi può spesso creare un senso di vulnerabilità o mobilità emotiva, ma sicuramente rappresenta anche un ingresso ad una nuova esperienza. Un lavoro che secondo me esprime questo concetto è Threshold to the Kingdom di Mark Wallinger, nel quale egli usa un footage di persone che arrivano all’aeroporto di Londra in associazione alla musica di Allegri. Trovo questo lavoro profondamente commovente e notevolmente significativo del modo in cui gli aeroporti possano simultaneamente essere generici e servire anche a contenere le interazioni e le emozioni umane.

Last Day in July da quali sensazioni è stato concepito?
Ho scritto alcune delle musiche di  Last Day in July a  Vancouver, dove sono nata, ed ho usato field recordings e foto dell’acqua che ho utilizzato anche per l’artwork e per realizzare un piccolo video. L’ep si ispira al momento in cui l’estate è al suo picco, ma si percepisce anche l’approssimarsi dell’autunno, e io penso sia inevitabile che sia pervaso della nostalgia legata alla vicinanza del luogo in cui sono cresciuta.

Il titolo dell’album, Green And Grey,  riflette la contrapposizione di colori come il verde naturale e il grigio urbano?
Sì, era esattamente quello che stavo cercando di trasmettere. Vivendo a New York, vedi realmente il contrasto tra i due colori. Avevo l’immagine di erbacce che si spingono verso l’alto attraverso il cemento e di alberi che crescono tra i grattacieli. Ero inoltre affascinata dal suono degli insetti, perché, persino nel mio quartiere urbano, si sentono cori di cicale che creano questi ritmi sorprendenti. È incredibile come la natura possa continuare a sopravvivere nel bel mezzo di un ambiente urbano.

Secondo te cosa c’è di più caotico? La natura o lo scontro tra gli uomini in un contesto urbano?
Data la nostra recente esperienza con la terribile tempesta abbattutasi su New York, mi appresto a dire che la natura è infinitamente più potente di quanto possano essere gli esseri umani…e non particolarmente benigna. Pur vivendo in una città così enorme, siamo così soggetti alla forza della natura e la nostra infrastruttura è così fragile. La tempesta ha davvero portato con sé la realtà che noi, in quanto esseri umani, siamo esistiti per un così breve periodo nel contesto della vita della Terra e che si potrebbe davvero facilmente scomparire da essa. Sento che questo sia vero soprattutto in America, dove città enormi sono state costruite in luoghi che sono particolarmente esposti alle forze della natura.

Parliamo di una traccia contenuta in Green And Grey: come mai hai avuto l’idea di chiamare un brano, Ailanthus (l’albero del Paradiso)
Ailanthus è un albero che è onnipresente a New York, perché è una tipologia di arbusto che cresce negli ambienti urbani. È chiamato “albero del Paradiso” e “albero d’erbacce”, che è una dicotomia interessante! La sua foglia ha una struttura abbastanza graziosa e simmetrica e questo mi ha suggerito l’idea di un ritmo e di un senso legati a ripetizioni sovrapposte. E poi l’idea del fruscio del vento tra le foglie dell’albero è stato qualcosa che ho cercato di riprodurre attraverso l’elettronica: così per me in questa traccia c’è un contrasto tra ripetizione, schemi ricorrenti e qualcosa che è più selvaggio e meno controllato.

La tua musica sembra trasfigurare la dimensione di un viaggio, musicale ed emozionale…lo definiresti più come un viaggio mentale o fisico?
Sì, sono molto influenzata dal viaggio, perché esso fornisce simultaneamente lo stimolo verso nuove esperienze e, quando si viaggia da soli, si ha il tempo e l’isolamento giusto per riflettere su di esse. Il viaggio è certamente simbolico, è in un certo senso legato alla caducità della vita. Nella mia musica provo a far confluire la sensazione scaturita da un viaggio: probabilmente un percorso emozionale che accompagna quello fisico.

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
Ho finito di completare un nuovo album che uscirà a Febbraio per la Leaf, un’ottima etichetta inglese. Sono davvero molto entusiasta di lavorare con loro e di avere un nuovo album in uscita. Suonerò in anteprima del materiale inedito che sarà contenuto nel nuovo album in alcuni concerti questo autunno, a partire da Parma, e probabilmente farò un tour più esteso l’anno prossimo. Ho appena completato una partitura per il bellissimo cortometraggio di Francesco Paciocco, Birthplace, che è ambientato in un villaggio in Abruzzo, e ho un altro progetto di un film in arrivo nel corso dell’anno.

Cosa ti ha lasciato la collaborazione con Antony And The Johnsons dal punto di vista sia artistico che umano?
Sono stata davvero fortunata ad avere avuto la possibilità di suonare con Antony. È una bellissima persona e un grande artista ed ho imparato tantissimo da lui sia sulla musica che sulla vita.

Qual era la particolarità e quali erano gli aspetti non convenzionali dei Rasputina?
Quando suonavo nei Rasputina (ed è stato parecchio tempo fa!), non c’erano in realtà così tanti violoncellisti che facevano musica rock, quindi fu un progetto unico nel suo genere. Melora, la leader della band, ha una visione assolutamente originale che incorpora alla musica che realizza davvero tante influenze letterarie, storiche e una componente visuale molto forte. Dopo molti anni, sto attualmente lavorando di nuovo con lei a un progetto che cerca di ricontestualizzare la musica del compositore del sedicesimo secolo Thomas Weelker sotto forma di un concerto narrativo. Debutteremo a New York a gennaio.

Parliamo delle collaborazioni italiane con Marco Milanesio, i Larsen e Paolo Spaccamonti
Ho lavorato con tanti incredibili musicisti italiani…sono veramente fortunata ad avere tanti colleghi ed amici in Italia! Marco Milanesio è un musicista grandioso e ingegnere del suono di Torino, che fa parte del Blind Cave Salamander, un progetto fondato da Fabrizio Modonese Palumbo (dei Larsen) e  Paul Beauchamp, con i quali sono stata coinvolta per alcuni anni. Abbiamo un nuovo disco che uscirà a breve. Ho suonato in una traccia del bellissimo album di Paolo Spaccamonti, Buone Notizie, e credo che lo coinvolgerò quando verrò a Torino a Febbraio.

E cosa mi dici invece dell’interessante progetto Parallel 41 con Barbara De Dominicis e Davide Lonardi?
Lavorare con Barbara e Davide in Parallel 41 è stata un’esperienza sorprendente. Io e Barbara abbiamo realizzato la musica insieme, sempre totalmente improvvisata, mentre Davide si è occupato della componente visiva. Abbiamo rilasciato un disco per l’etichetta Baskaru qualche mese fa, registrato in diversi spazi atmosferici e acustici interessanti, e faremo un po’ di concerti quest’autunno.