Scott Walker – Bish Bosch

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E’ opinione comune che la stragrande maggioranza dei cantautori segua un’evoluzione lineare, da una giovinezza poco incline a compromessi e accomodamenti commerciali ad una progressiva normalizzazione senile del proprio sound. Ciò che rende Scott Walker una delle anomalie più vistose, affascinanti ed imperscrutabili dell’attuale industria discografica (e forse dell’intera storia del rock), è stata la sua propensione a ribaltare clamorosamente questo paradigma artistico ed esistenziale.

C’è un abisso incommensurabile tra il crooner anni ’60 votato al wall of sound spectoriano e il sinistro compositore d’avanguardia che ha dato alla luce (o meglio, al buio) il raggelante e seminale “Tilt” oltre 30 anni dopo; eppure ogni tassello di quella lenta e logorante maturazione è imprescindibile per comprendere la psicologia ostinatamente nichilista del personaggio:  dal country-western crepuscolare e cinematografico del capolavoro “Scott 4”, alla decadenza apparentemente irreversibile degli anni ’70, lastricata di eccessi autodistruttivi e tonfi colossali.

Bish Bosch, ideale completamento della trilogia apocalittica cominciata col summenzionato “Tilt” e proseguita 10 anni dopo col monumentale “the Drift”, più che come un disco vero e proprio suona come una galleria di testi labirintici e torrenziali alla ricerca d’un arrangiamento simbiotico. A livello formale non c’è un discostamento netto dai due illustri predecessori, se non per una mancanza di coesione strutturale ancora più marcata. In Bish Bosch ogni strumento, ogni effetto, ogni espediente narrativo archetipico, vengono decontestualizzati, estrapolati e incollati minuziosamente nel tessuto sonoro,  secondo una logica espressionista che trasfigura qualsiasi fonte in un puro segno astratto da decodificare. Versi di cane, gracidare di rospi, rumori intestinali, clangori metallici, perfino i riff thrash metal e hard rock che puntellano e irruvidiscono alcuni passaggi, vengono sistematicamente spogliati da ogni riferimento semantico ai rispettivi alvei di provenienza, assurgendo, cosi, a puro impianto scenografico\coreografico, ovvero a suono nudo e crudo funzionale e inscindibile rispetto alla semiosi testuale. Bish Bosch è irriconducibile agli stereotipi di qualche genere specifico, ma rammenta la decostruzione teatrale, il gusto per lo psicodramma e l’istintivismo barbarico dei più grandi terroristi sonori della musica rock. Con tali premesse, non sorprende che il landscape  immaginifico di “Tar” scaturisca dal rumore ossessivo di due coltellacci che cozzano fra loro, reso ancora più snervante dagli spifferi radioattivi dei synth; né lascia attoniti la somiglianza tra il primitivismo tribale di “Pilgrim” e alcune “canzoni” dei primissimi Einsturzende Neubauten (“Steh auf Berlin” su tutte): poca musica in senso stretto, ma tantissima emotività dilacerata e strabordante.

Scott Walker  è il deus ex machina nonché l’officiante supremo d’un teatro totale e totalizzante (olografico, metafisico e carnale al contempo), che abbraccia quello delle crudeltà di artaudiana memoria. La componente visiva legata alla danza ritualistica ed alla gestualità pantomimica è costantemente evocata, oltre che dalla percussività a cui si è già accennato, dall’incessante giustapporsi d’innumerevoli altri elementi: balletti orientali impreziositi da strumenti anacronistici ed insoliti (il corno d’ariete di “Zercon”); silenzi pulsanti d’una tensione quasi insostenibile alternati magistralmente ad esplosioni d’archi atonali; un’orchestrina di fiati dal grottesco retrogusto swing e retrò. Il video di “Epizootics!”, girato in un conturbante bianco e nero, è la summa perfetta di questa fascinazione per il movimento corporeo, vivificata dall’onnipresente verbosità declamatoria. Il merito di questo miracolo va ascritto anche e sopratutto all’inconfondibile baritono del nostro eroe, ora ripiegato su toni dimessi e autoflagellatori, ora capace di librarsi in agghiaccianti impennate di lucida follia.

Come David Lynch, il miglior cineasta in assoluto nel filmare il buio e arricchirlo di risvolti inediti, Scott Walker sa connotare di mille sfumature cangianti il ventre abissale in cui sono invischiate le sue visioni. Lo spettro cromatico del suo mondo interiore s’alimenta d’infinite note di grigio squarciate da occasionali lampi di luce, ma anche di vivide chiazze di colore schizzate con violenza inusitata sul nero più melmoso ed asfissiante, col precipuo effetto di far apparire la tenebra ancora più insondabile (in un mondo di sola oscurità, l’oscurità non potrebbe esistere). Le affinità con Lynch, tuttavia, non si fermano ad un certo afflato visionario e all’ossessione per il palcoscenico, ma vanno estese a due caratteristiche strettamente interconnesse:  il solipsismo fin troppo compiaciuto e il costante rischio di sopravvalutazione, connaturato alla tendenza di critica e pubblico a ricercare significati e intuizioni geniali laddove proprio non ce ne sono. I testi di Bish Bosch, in particolar modo, sembrano un guazzabuglio di astrusità concepito appositamente per far parlare Enrico Ghezzi fuori sincrono: offese deliranti rivolte, in apparenza, all’ascoltatore (o forse al critico, reo di cimentarsi con l’esegesi testuale); continuo sfaldamento spazio\temporale del piano “narrativo” (dalle profondità siderali all’impero di Gengis Khan; dalla Grecia, all’antica Roma alla Iceland vichinga, senza farsi mancare capatine nei tempi moderni o contemporanei, secondo una logica presente solo nelle elucubrazioni dell’autore); un gusto divertito e coltissimo per i giochi di parole e gli ibridi linguistici (ad esempio “narcrotic”, mix di narcotic e necrotic). Il forzato ermetismo di molti brani sembra essere deriso dal loro stesso artefice, attraverso l’inserimento di frasi demenziali e sconnesse che puzzano di chiara presa per i fondelli verso coloro che ravvisano ardite interpretazioni esoteriche in qualsiasi cosa (un esempio su tutti, la riga di testo barrettiana “Macaronic maohut in the mascon” in “Corps de Blah”, canzone dall’umore terribilmente ansiogeno e depresso).

Sia come sia, qui c’è tanta di quella carne al fuoco da lasciare disarmati e offuscare qualsiasi altra considerazione. Se cercavate un disco con cui “propiziare” l’apocalisse prossima ventura, magari sorseggiando un martini mentre il mondo collassa in slow motion, avete trovato pane (rancido) per i vostri denti.