Fuzz Orchestra – Morire per la patria

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

Esiste un titolo più patriottico? Il terzo e più radicale album dei Fuzz si presenta ammiccando e cercando subito una certa intesa. Un titolo che ricorda la dissacrante God save the Queen dei Sex Pistols, classico che mostra il medio a tutto e si guadagna a pieno diritto la parte del pezzo anti-establishment per eccellenza. E sono proprio gli stessi anni di quella canzone che il trio milanese sceglie di far respirare a chi ascolta l’album, regalando il gusto della regressione: in Italia – ma anche nella Germania dell’ovest – erano gli anni di piombo e il cinema civile era impegnato a raccontare i mali dello stivale.

Mostri sacri del cinema made in Italy come Rosi, Petri e Montaldo vengono riproposti dal gruppo, che ricorda il male di ieri come memento per l’oggi. È lo stesso modo di raccontare usato dai  Pink Floyd in When the Tigers Broke Free, scritta lungo la coda della guerra del Vietnam, le cui liriche narrano una battaglia costata “a few hundred ordinary lives” (tra cui anche quella del padre di Roger Waters), combattuta in Italia durante la seconda guerra mondiale. Lo stesso esperimento narrativo è stato recentemente intrapreso anche da Xavier Iriondo con il pezzo Gernika Eta Bermeo (Irrintzi, Wallace Records, 2012) raccontando quello che il padre ha visto il giorno dopo il primo bombardamento a tappeto della storia.

Morire per la patria raccoglie il testimone di Comunicato n°2, attraverso quei core elements cari al gruppo: declamazione, spoken word, il noise e un equilibrato, scaltro campionamento delle voci. I Fuzz dimenticano il suono buio del secondo album e si avventurano in sonorità metalliche, tastiere, archi e fiati; di certo, la new enrty alla batteria Paolo Mongardi ha portato dettagli nuovi, come anche gli ospiti che hanno collaborato: Enrico Gabrielli ed Edoardo Ricci ai fiati, Xabier Iriondo alla chitarra e Dario Ciffo al violino. Ferrario poi attinge a una filmografia italiana di un certo spessore, per cui ogni singolo pezzo è degno di nota: sei tracce, tutte molto dense. Forte impatto ha la voce di Gian Maria Volonté che in Sangue veste i panni di un esasperato Giordano Bruno (Montaldo, 1973): la musica sembra cucita attorno a lui, fatta proprio  come un vestito su misura, ed è lo stesso Volonté a congedare gli ascoltatori in un abbraccio circolare, tornando nella title track finale Morire per la patria con i dialoghi di Uomini contro (Rosi, 1970, film che mette in luce tutta la follia della guerra e di chiara impronta antiautoritaria). Un pezzo su cui gli archi si lamentano dolcemente, senza per questo annoiare, è  La proprietà, dal film La proprietà non è più un furto (Petri, 1973, opera grottesca con Flavio Bucci nella parte dell’impiegato di banca Total che, preso da irrefrenabile odio nei confronti del denaro, decide di ridurre sul lastrico un ricco macellaio). Aperta da ritmi tribali e fiati, proprio come se si stesse entrando in una favola, è Il Paese Incantato, dall’omonimo film surreale di Alejandro Jodorowsky, e poi la morbida Svegliati ed uccidi, dal film del 1966 di Lizzani: la melodica voce di Lisa Gastoni viene accompagnata da chitarre hardcore, creando un contrasto affascinante e inaspettato. Infine, suggestiva forse più delle altre, è In verità vi dico (Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini, 1964): qui la lucidità del versetto di Isaia unito ai fiati, alla voce narrante e ai cori, provoca un effetto di alienazione e di spaesamento davvero penetrante.

Un album decisamente denso, impegnato, ricco di riferimenti e inferenze per chi le sa cogliere, e che considera in modo adulto l’ascoltatore. La validità del progetto musicale dei Fuzz si mantiene integra e al terzo album conferma la sua originalità: l’immaginario evocato, i titoli degli album, delle canzoni, le chitarre che ritornano come la goccia che cade sullo stesso punto dei tuoi nervi, creano un sentimento finale immaginifico di suoni e suggestivo di incantevoli mostri, tutti italiani.

Tuttavia, un paese incantato sopravvive, dentro e fuori da noi…?