Xabier Iriondo – Irrintzi

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Potrei indugiare a lungo sul variegato quanto prestigioso “curriculum” artistico di Xabier Iriondo, noto al grande pubblico soprattutto per la militanza negli Afterhours. Figura carismatica quanto enigmatica, personalità difficile da inquadrare, riflessa dalle mille sfaccettature del suo sentire e comporre in musica. Il fatto è che sono massimamente tramortito da questo “Irrintzi”.

Un grido,  un lancinante boato che squarci il cielo, dovrebbe contenere la recensione di questo disco. Perché questa volta non si tratta di indirizzare l’ascoltatore verso il “post- o il -core” di turno. E’ invece questione di premere play e immergersi, anzi naufragare, nel torbido flusso strumentale di Elektraren Aurreskua che parte da suggestioni free-jazz perdendosi deliziosamente in un rito propiziatorio che recupera melodie celtiche. L’inizio di un viaggio che diventa catarsi, interiore eppure anche così dannatamente fisico nel suo ondeggiare tra echi orientali come occidentali, omaggiare le radici basche dell’autore (“Gernika Eta Bermeo”), illuminare sotto un’altra luce certo rumoreamericano (i baccanali dei Velvet Underground, l’industrial/techno trash di Chicago, il Nebraska di Springsteen).

La prima prova solista (in vent’anni di carriera!) di un artista che non ha certo bisogno di trovare una già ben definita maturità stilistica, è “world music d’avanguardia”, nell’accezione più oltranzista che potrebbe interessare Death Grips o Goat (oggi), Area o Faust (ieri). Primitiva ed ancestrale, almeno quanto futurista; viscerale e immediata così come ricercata e complessa. Le cover illustri (dai Motorhead ammorbati dalle grida di Stefania Pedretti degli OvO, al trattamento-Grinderman riservato a “Cold Turkey” di Lennon) arrivano alla fine ed oltre a farsi apprezzare di per sé, rivelano un (ulteriormente) ardito percorso al contrario, dalle tracce più “ostiche” ai momenti più ortodossi e “rock”: si arriva in fondo provati ma non appesantiti e mai annoiati. Prolifico e ispirato come pochi in suolo italico (esce quasi contemporaneamente il lavoro a quattro mani con Alos?) Iriondo è un numero primo doverosamente accostabile ad una figura come quella di Mike Patton, mai domo nel suo percorso di ricerca sonora. Capirete che dati anagrafici, elenchi puntati e date trovano poco spazio quando si ha solo voglia di gridare, in uno stato d’estasi prolungata, “Irrintzi”!