Dawn McCarthy & Bonnie Prince Billy – What the brothers sang

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19 Febbraio 2013 DominoRecords Bonnieprincebilly.com

Tutti gli sforzi che Bonnie Prince Billy ha compiuto lungo l’ultima decade sembrano mirati a farsi incoronare come campione di vendite assoluto presso le aree di sosta sulle autostrade del Texas e del Tennessee. Contribuisce in maniera sensibile il suo ormai proverbiale ritmo di produzione industriale e la strategia dell’anonimato “creativo”, dove la compagnia e il nom de plùm che cambiano uscita dopo uscita per il gusto di sparigliare le carte sempre di più. Quando poi l’ennesima sortita in pochi mesi prevede una copertina che nemmeno Albano e Romina ai gloriosi tempi dei musicarelli, e una scaletta fatta di sole cover, per di più tratte dall’impolverato repertorio degli Everly Brothers (?!?) si capisce come anche il seguace più fedele del Principe possa sentire forte la tentazione di gettare la spugna. Solidarietà a voi se vi riconoscerete nella descrizione, ma sarebbe comunque un peccato. Perché è vero, ormai anche i punti forti del nostro uomo li conosciamo fin troppo bene, ma proprio questo inesausto spostare la prospettiva ogni volta di qualche centimetro li fa apparire via via sotto una luce che non è mai la stessa.

Nel caso specifico conta molto la tonalità bassa e affascinante della McCarthy e il modo che ha di intrecciarsi a quella di Will Oldham – già collaudato peraltro in The Letting Go, il disco “islandese” uscito nel 2006 e accreditato al solo Bonnie. In fondo sono le armonie vocali la prima lezione impartita dello stile di Phil e Don Everly, precursori candidamente inconsapevoli della rivoluzione del folk revival che di lì a dieci anni avrebbe generato tutti i menestrelli del caso. Con la cognizione di chi quelle discendenze le ha esplorate palmo a palmo e sa bene quali nomi si nascondevano dietro quel canzoniere apparentemente “leggero” (Breakdown e Poems, Prayers and Promisers portano le firme ingombranti di Kris Kristofferson e John Denver), il duo cerca di riportare l’ampio e usurato patrimonio dell’Americana a quell’età dell’innocenza. E lo fanno così bene che quasi quasi si è tentati di credergli.

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