Death Grips @ 20 Maggio 2013 – Circolo degli Artisti

dg04Attitudine e Visual: I Death Grips sono attitudine . Entrano (appaiono, forse), suonano, urlano, si dimenano (senza una pausa, mai, senza una parola di troppo), il tutto per meno di un’ora. Finiscono, se ne vanno, ciao. Stefan “MC Ride” Burnett si muove come uno sciamano che sta per sgozzare tua figlia, mentre tu gli sorridi; rapisce gli sguardi, ipnotizza e spaventa e affascina, sputa per terra, suda e agita le braccia, mentre strilla come vorresti strillare tu. Se qualcuno ha una certa dimestichezza (minima, pure) con la città di Roma, conoscerà il percorso che da Via del Pigneto porta al Circolo degli Artisti, passando per Via Casilina, tra puzza di piscio, cantieri e scenari (sub)urbani di strade e treni lerci, sullo sfondo: il palco dei Death Grips sembra esserne la diretta, naturale prosecuzione; nessun fronzolo, nessuna posa, che quasi ti dimentichi di tutti i fighetti con la parlantina che hai dovuto vedere, prima, e con cui hai giocato pure a biliardino (sì, io ho perso, ma la birra per terra era la tua, stronzo).

Audio: Nei live, la funzione di Andy “Flatlander” Morin assume un’importanza ancora maggiore, fondamentale, che su disco, con bassi così potenti da farti tornare a casa piangendo. I Death Grips ti rompono le orecchie e, per (almeno) dodici ore piene, ti porti dietro gli strascichi di quello che ti hanno fatto.

Setlist: Una delle caratteristiche principali di questo live è che non ti dà un attimo di sosta. Tutte le hit sono al loro posto, ma riconoscerle è un (solo) attimo intenso (come un’epifania), che svanisce presto, quando la grandezza del progetto generale prende, gradualmente, forma. Ogni pezzo è parte di un tutto troppo violento, importante, crudo, perché si possa pensare ancora al resto, come quelle immagini che vedi solo da lontano, come il puntinismo; come un giorno, in una vita intera.

Momento Migliore: Vedi sopra. È difficile ricercare un singolo momento migliore (inteso come un pezzo, in particolare) in un live che fa dell’unitarietà (e della potenza, monolitica, del tutto) uno dei suoi punti di forza. Un attimo, più che altro, un istante: alcune urla, strazianti, nel silenzio, e l’esplosione, successiva, perfetta, che ti fa tremare i vestiti.

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Pubblico: Il Circolo degli Artisti, pieno, è proprio lì, nella lista delle cose dolorose, tra il sadomasochismo e la tortura cinese. Stavolta, fortunatamente, è pieno a metà, ma di un bel pubblico, variegato, attento, attivo. Si suda sempre, ma almeno non devi baciare le spalle sudate di quello di fronte.

Locura: Da psicofarmaci, mica siamo al cabaret.

Conclusioni: La sensazione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di grande, di importante. Un live breve, serrato, che lascia doloranti e contenti, che quasi saresti rimasto deluso, se davvero avessero concesso quel bis che qualcuno chiedeva, da sotto il palco. I Death Grips non vogliono niente da te, la loro musica è rabbia e istinto, e se hai pagato vuol dire che ne vuoi un po’. Questa è musica del (dal) futuro; un futuro selvaggio e incontrollabile, primordiale, tanto vicino al passato (un passato lontano millenni, ma anche meno), che sarà difficile distinguerne i confini. È musica per dopobomba, quando salteremo e piangeremo e ci prenderemo a calci, per non pensare più a niente.

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