Sigur Rós – Kveikur

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Proviamo a fare un gioco. Io vi indico il nome di un gruppo musicale, e voi mi dite un aggettivo o un sostantivo che gli assocereste per descriverne lo stile. Pronti? “Sigur Ròs”! Pausa di riflessione. Gong alla telequiz di Mike. Son sicura che l’80% di voi avrà risposto “lirismo”, “dolcezza”, “atmosfere oniriche”, forte dell’ascolto della maggior parte della loro eterea produzione (sì, lo so che manca il restante 20%. Per reazione, metà avrà preso le carte da poker pur di cambiare gioco, l’altra metà avrà iniziato a cantare in growl fingendosi parte degli Slipknot). Perfetto. Niente di più sbagliato.

Ebbene sì, dimenticatevi la bucolica estasi raggiunta con “Valtari”, album uscito solo un anno fa, dimenticatevi la rarefazione, i fatati glockenspiel e la pacata emotività. Nell’ultimo “Kveikur”(letteralmente “stoppino”) non ve n’è quasi traccia. Quel che regna, invece, è la distorsione, la cupezza, il ritmo e la batteria, i synth e la forza. E con forza Jonsi e soci ci invitano a fermarci ad un passo dall’estasi e ad aggrapparci alla realtà con i denti affilati dalla ruvidezza del loro ultimo lavoro, a distogliere gli occhi dal cielo per sporcarci le mani con la terra vulcanica d’Islanda. La terra come primordiale elemento simbolo di una non celata voglia di contatto, di densità, di viaggio.

Non è un caso, quindi, che Kveikur abbia preso forma durante l’intenso tour che ha visto nell’ultimo anno i Sigur Ròs spostarsi lungo tutto il pianeta, assaporando spesso l’odore del fango dei festival. E che quell’odore e quel movimento facciano parte dell’ossatura dell’album, lo si capisce già dall’iniziale “Brennisteinn” (letteralmente “zolfo”), una provocazione industrial rock in cui colpi grezzi di cassa e sintetizzatori si fondono per risvegliarci lo stomaco e ricoprirlo di vulcanico zolfo nordico. Lo si capisce dalla sciamanica “Hrafntinna” in cui sporchi fiati saturi, piatti e campanacci quasi tibetani ipnotizzano ben più dei consueti tintinnanti glockenspiel, e dalla scura title-track “Kveikur”la cui lunga coda elettronica, ferrosa e sintetica, le assicura un posto tra gli esperimenti noise più riusciti dei Nostri. Non mancano, inoltre, i bpm a più alta frequenza. “Yfirborð” ne è un esempio lampante che parte in maniera soffusa con la voce ultraterrena di Jonsi che allude ad un ritorno alle origini, per poi esplodere nel ritornello in un ritmo sincopato ai limiti della dubstep onirica. Se non fosse per l’incomprensibile lingua del cantato, si potrebbe certo ricollegare bpm, drum machine e sonorità alla “Xtal” di Aphex Twin dei tempi di “Selected ambient works” o al noise/space rock dei The Flaming Lips dell’ultimo “The terror”.Ma la solarità e le atmosfere più nitide delle origini non sono solo un’illusione. Con le suggestioni primaverili create dal calore di archi e carillon in “Stormur”, con le aperture di “Ísjaki” in cui la voce di Jonsi torna ad alzarsi sino a toccare tonalità elfiche, con la cadenza accesa del pop impetuoso di “Rafstraumur”, i Sigur Ròs creano un varco nell’oscurità saltando nuovamente all’indietro nelle pozzanghere createsi dopo la tempesta sonora. E la mente non può non andare verso il gioioso mondo di “Hoppipolla” (“saltare sulle pozzanghere”, appunto), e la dicotomia di “( )” di cui “Kveikur” sembra l’ideale seguito nella sua dimensione malinconica e nella potenza espressiva (basti pensare ad un qualsiasi live di “Untitled#8″).

Chi imputa al gruppo islandese stabilità stilistica, sbaglia quindi di grosso. Con quest’ultimo album i Nostri spiazzano tutti mostrando i loro nuovi orizzonti compositivi, accendono gli animi donandoci quello stoppino impresso nel titolo e l’incertezza rassicurante sull’evoluzione del loro mondo.