Peter Hook & The Light@Atlantico Live [Roma, 18/02/2014]

ATTITUDINE E VISUAL: Chiunque sia mai stato estromesso da una band a sua insaputa può ben capire come mai Peter Hook ce l’abbia tanto con i suoi vecchi compari dei New Order (o New Odour, come li chiama lui): da quando nel 2011 si sono riuniti senza dirgli niente, lo storico bassista dei Joy Division è “determinato a fotterli in ogni modo possibile” (parole sue). Per questo, dopo aver portato in tour Unknown Pleasure e Closer per il trentennale della morte di Ian Curtis, nel 2013 ha organizzato diverse date per il trentennale della nascita dei New Order, riproponendo per intero Movement e Power, Corruption and Lies con intermezzi joydivisioniani e singoli sparsi. In questo appuntamento romano se ne sono viste delle belle, ossia delle mediocrità improbabili e quindi belle, ma in linea di massima lo show (perché di questo si tratta, più che di un concerto) ha funzionato, i nostalgici sono stati soddisfatti e Peter si è dimenato a dovere. Va detto, però, che la durata da maratona su Spotify si è sentita: nessuno si aspettava chissà quali colpi di scena, ma alla lunga sentire pezzi eseguiti senza nessun valore aggiunto rispetto al disco, senza orpelli o chiccherie scenografiche come quelle allestite da Water per The Wall, stanca. E stanchi appaiono anche i Light, che si trascinano da una canzone all’altra con l’allegria di un turnista, alla stregua di una cover band qualsiasi, ma vanno capiti.

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AUDIO: L’atlantico non ha un’acustica eccelsa, e la piattezza performativa della band (che non ha niente a che fare con la competenza tecnica, che ovviamente c’era) non incentivava il coinvolgimento del pubblico. Per di più, una delle recriminazioni che Hook avanza più spesso agli attuali New Order è di suonare strumenti non adatti ai primi successi del gruppo. E infatti quella sera, sul palco, c’era un bel Virus TI che è più o meno uscito l’altroieri invece di un bel synth vintage e scassato come ci si aspetterebbe. Infine, non per infierire, ma trovarsi davanti un Hook più cantante che bassista fa impressione: quel basso portato per hobby in stile Ligabue invoca giustizia, i pochi momenti in cui è stato suonato non possono essere i soli testimoni dell’importanza che ha avuto questo strumento nelle due formazioni mancuniane (senza contare che una delle poche attrattive di questi tour è di vedere dal vivo un membro dei Joy Division e dei New Order che fa quello che faceva nei Joy Division e nei New Order).

SETLIST: Innanzitutto: il malore accusato alla fine dal tastierista (unico momento di spannung della serata) ha impedito l’esecuzione di ‘ Blue Monday’. Il singolo indie più venduto di sempre, seppur in scaletta per il gran finale, è stato sostituito da ‘Shadowplay’ (scelta con un adorabile siparietto padre-figlio tra Hook junior e senior). È vero che comunque le note del successone erano state anticipate da ‘The Beach‘, ma è mancato. Per il resto, oltre ai suddetti due album suonati integralmente, nel “capitolo New Order” hanno trovato spazio ‘In a lonely place’, ‘Procession’, ‘Ceremony’ e ‘Temptation’. L’apertura-Joy Division ha invece compreso ‘Excercise one’, ‘No love lost’, ‘Twenty-four hours’, ‘Disorder’ e ‘Something must break’; nel finale, è spuntata fuori anche un’inaspettata ‘Transmission’.

MOMENTO MIGLIORE: la “folla” è sembrata gradire di più i brani dei Joy Division, cosa non scontatissima; ma in realtà la parte migliore è arrivata con Power, Corruption and Lies: ‘Age of consent’ rimane un brano potente, e in ogni caso fa parte dell’album che forse meglio racchiude l’essenza dei New Order.

Peter Hook & The Light, Koko, London, 17.Jan.2013© Al de Perez - All Rights Reserved

PUBBLICO: La platea dell’Atlantico, già occupata per un terzo da un catafalco nero, non era esattamente brulicante, ma c’era da aspettarselo. La presenza di inquietanti anniottantisti e di personaggi che pensavano di sembrare originali indossando una maglietta dei Joy Division ha comunque ravvivato il locale, anche se in tanti si sono impossessati sin dall’inizio dei posti a sedere.

LOCURA: Peter alla fine si è smagliettato. È stato un bel momento. Un segnale forte contro la discriminazione del grasso dei bevitori di birra. C’è del rispetto.

CONCLUSIONI: Inutile stare a questionare se sia giusto o bello andare in tour suonando pezzi di una band morta e cremata accostandoli a dischi di un’altra band ampiamente viva e vegeta (che prevedibilmente avvia cause epocali). Da uno che ormai è più un manager che un musicista, non ci si può aspettare un’innocente operazione nostalgia: chiaramente è tutta una questione di danari (e di vendetta: per il 2014 è già stato annunciato un tour per Low Life e Brotherhood), e la frustrazione dei componenti dei Light (in cui milita il figlio dello stesso Hook) non viene stemperata dall’entusiasmo ostentato dal padrone di casa. Per carità, lui ce la mette tutta e questo è apprezzabile; ma, oggettivamente, se non si parte con una predisposizione benevola verso l’intera faccenda, è difficile farsela piacere.