Stoner di John Williams (Fazi, Roma)

Stoner-Cover

Non so come sia scrivere di dischi, in generale da quando ascolto musica credo di aver ascoltato molte cose diverse ma in fondo finisco sempre per riascoltare moltissime volte sempre le stesse canzoni degli stessi musicisti/gruppi. Come si fa a scrivere di qualcosa che leggi? Diciamo la “verità”, per la maggior parte delle persone leggere è una noia mortale, anche se a tutti, in fondo, piacciono le storie e le citazioni dai libri. No, non faccio il riassunto della trama, faccio il racconto del libro esattamente così come l’ho fatto una domenica mattina a F. che chissà se mi ha ascoltata anche se alla fine ha detto wow.

Dicevo quella mattina a F. che avevo appena finito di leggere questo romanzo, di uno scrittore morto, dimenticato da tutti, poi riscoperto, che all’improvviso vende un sacco di copie, tutti ne parlano come di un “caso letterario”, la casa editrice ne vende 50.000 copie in una botta sola (che è tantissimo), 4 copie al minuto su Amazon, si ma “non è il classico fenomeno letterario ma un vero caso di rinascita editoriale, romanzo culto” e bla bla bla bla. 50 anni di oblio non sono pochi, ed è inutile chiedersi chissà cosa penserebbe il suo autore se fosse ancora vivo, visto che è morto senza lodi e senza fama, probabilmente la stessa cosa che pensò e disse Knut Hamsun quando gli diedero il premio Nobel a 60 anni, e cioè più o meno “cosa me ne faccio adesso che sono vecchio” (qualcuno mi ha raccontato questo aneddoto, vero o falso non lo so ma per me Knut Hamsun aveva ragione).

Il libro in questione è piaciuto molto a Ian McEwan e a Bret Easton Ellis, due scrittori famosi e ancora vivi, e al mio collega al quale l’ho consigliato, tra l’altro senza averlo ancora letto, perché il mio sesto senso quel giorno lì funzionava molto bene. Allora, cosa raccontavo a F.? Per prima cosa che Stoner è il nome del protagonista, un uomo qualunque, figlio di contadini nel desolato Missouri (siamo tra fine 800 e i primi del 900), che a un certo punto diventa professore di letteratura inglese all’università. Ci riesce dubitando di poterci riuscire. Però sì, ce l’ha la vocazione per farlo, ma non riesce mai a esserne felice?. È la regola: ogni grande personaggio letterario ha una vocazione o una missione ma tra quelli che conosco non ce n’è uno che possa dirsi felice. Ma sono personaggi inventati quindi, a un certo punto, cosa ce ne frega. Stoner studia, Stoner insegna all’università, Stoner si sposa, Stoner si innamora, Stoner diventa padre, Stoner dà sempre l’impressione di soffrire in silenzio quello di cui soffrono tutti: non è come si era immaginato che fosse, anche se lui non ci dice mai come se lo immaginava, probabilmente non se lo immaginava in modo preciso, solo che non se lo immaginava così. È come se la sua vita, che scorre tranquilla, la classica esistenza di un uomo che ha il suo posto nel mondo (si dice così?), una vita che scivola via sotto gli occhi del lettore (lo stile semplice e asciutto dell’autore ha qualcosa di magico, una purezza descrittiva che fa un po’ effetto haiku), scandita dal passare delle stagioni (il paesaggio, il microcosmo del protagonista, è sempre lo stesso, è quello che circonda l’università e la casa di Stoner, e la strada che egli percorre ogni giorno avanti e indietro) e dall’età che avanza e che, paradossalmente, fanno sembrare questa vita d’uomo un meraviglioso rituale senza senso. Il mio collega che l’ha letto mi diceva: “Ti chiedi sempre, ma perché non ce la fa?”. Quando l’ho finito ho pensato: sì è vero, sembra un uomo indifeso, sembra che non ce la fa, ma alla fine lui fa quello che deve fare, la sua tutto sommato è una vita qualunque, niente più e niente di meno.

Ho pensato anche a Elliott Smith mentre leggevo il libro, ecco, anche questo dicevo a F., tipo quando canta:

I picked up the song and found my picture/ in the paper/
The reflection in the water showed/ an iron man still trying to salute/
People from a time when he was everything he’s supposed to be/
Everything means nothing to me, Everything means nothing to me, Everything means nothing to me, Everything means nothing to me, Everything means nothing to me

Il bello di questo libro è che a un certo punto ti viene da pensare: io sono come lui, non sono niente, ma è ok, è comunque, in un certo senso, grandioso. Un’altra cosa bella è che poi gli vuoi molto bene.

  • Titano Gulmanelli

    “non è come si era immaginato che fosse, anche se lui non ci dice mai
    come se lo immaginava, probabilmente non se lo immaginava in modo
    preciso, solo che non se lo immaginava così.” Un dramma di molti, probabilmente di tutti.

    Bell’analisi Giuly Rouge. (ciao da uno che non è niente, ma che al massimo è ok così) – ;)