Antemasque – S/t

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Carved on a mountain
where a pale horse rides
The bible, yes the bible is the truth

Si può recensire un amore? Si può analizzare, ricomporre, e infine attribuire una fredda votazione a qualcosa d’immenso, ed inafferrabile, come un sentimento? Difficile dirlo. L’Amore vola sulle ali della follia. Dunque mi lascerò guidare.

Mezzanotte passata, quattordici anni fa. Su MTV c’era Brand: New, con Massimo Coppola. Fu lì che avvenne il nostro primo incontro. In un videoclip. Non avevo idea di cosa cantassero quei ragazzi, che avevano più o meno la mia età di adesso, ma ero letteralmente rapito dalla forza evocativa delle immagini, e dalla violenza espressiva della loro musica. “Invalid Litter Dept” degli At The Drive-in è un brano che racconta, con lirismo criptico e visionario, una realtà bestiale come quella della scia di sangue che tuttora attraversa il deserto di Ciudad Juarez, Mexico. “La Bibla es la verdad” recita una scritta. Santini. Croci. Feticci di un Dio assente. Donne massacrate. Cartelli della droga. Le Maquiladoras. Solo che all’epoca non potevo saperlo. La verità è che mi stavo innamorando di quei Dioscuri in total-jeans, e dalla chioma afro, che presto avrebbero abbandonato Sparta.

Si scrive Omar & Cedric, ma si legge Araba Fenice. È storia vecchia ormai. Chitarra e voce. Come Page & Plant. Come Buck & Stipe. Come chi cazzo vi pare. Ma non c’è paragone che regga per chi, negli ultimi vent’anni, mosso da un furore creativo senza eguali, ha dato vita ad una sfilza di progetti capaci di fondere, con spirito punk e calore tutto latino, i generi musicali più disparati. At the drive-in. The Mars Volta. De Facto. El Grupo Nuevo. Bosnian Rainbows. Anywhere. Zavalaz. Kimono Kult. Non è che un elenco, ed anche incompleto, delle band che hanno visto in prima linea, in coppia o senza il proprio partner, Omar Rodriguez-Lopez e Cedric Bixler-Zavala, che in questa perenne metamorfosi, contrariamente a quanto suggerirebbe il senso comune, appaiono estremamente a loro agio, persi nei meandri di una sindrome da personalità multipla che farebbe impallidire la Toni Collette di “United States of Tara”. Eppure, fino a qualche mese fa, prima che un logo a forma di triangolo iniziasse a fare il giro della rete, sembrava davvero finita, dal momento che l’avventura coi TMV, ovvero la precedente, e spesso controversa, incarnazione del duo, si era interrotta al termine di una fase in cui la stanchezza, il disinteresse di Omar, e qualche scazzo di troppo avevano avuto il sopravvento. Almeno in apparenza. A farla breve, se dalle ceneri degli At the drive-in erano sorti i The Mars Volta, dalle ceneri dei Volta sono sorti gli Antemasque.

Il nome del gruppo si riferisce ad una danza introduttiva presente all’interno di una specifica forma teatrale. Insomma, si ritorna in pista. Più chiaro di così. Quarant’anni e non sentirli. “4am” è solo il primo di una lunga serie di spari a bruciapelo. L’attacco ci riporta subito alla mente i fasti di quel meraviglioso cinema post-hardcore che risponde al nome di “Relationship of command”. Omar si fregia di molti meno orpelli del solito, e con la sua chitarra va dritto al dunque, senza per questo snaturare il proprio stile, che è fatto di riff agguerriti, cromatismi lancinanti, e tanto, tantissimo cuore. Ma è a metà del brano che iniziano davvero le danze: Cedric, che oltre a fornire una prova vocale ad alto tasso emotivo, si riconferma in grado di spaziare tecnicamente dall’urlo al falsetto, e dal registro basso, e bassissimo, a quello più acuto, fa decollare la strofa, cogliendoci in controtempo, al grido di: “Miscast a play in the antemasque!”. Come ai vecchi tempi. Fate un giro su Youtube, e chiedete di “Arcarsenal”. Poi ne riparliamo.

Certo, se tutto ciò si riducesse soltanto ad un abile ripescaggio di stilemi iper-collaudati, ci ritroveremmo a giudicare una sorta di operazione nostalgica. E invece no. La band, che sul disco vanta la presenza di Flea dei Red Hot Chili Peppers al basso, proprio come accadde per il debutto dei TMV, suona compatta come non mai. Ed è anche merito del funzionale, ma non esente da guizzi, lavoro di Dave Elitch, già visto in passato dietro le pelli dei Volta. La novità è tutta nella scrittura dei pezzi, che sintetizzano al meglio anni ed anni di sperimentazione sonora ed impeto cantautoriale all’interno di una forma-canzone snella, e allo stesso tempo elaborata. Una semplicità che gronda d’infiniti spunti. “Antemasque” è un disco che, lungi dal rantolare in un borioso bignami di citazioni, riassume in poco più di mezz’ora cinque decenni di storia del rock. E lo fa in assoluta scioltezza, spaziando dal post-hardcore di matrice Fugaziana al punk-funk di Gang Of Four e Firehose, mandato a doppia velocità ( “Momento Mori”, “Hanging in the Lurch”). Ma c’è di più. “50000 Kilowatts” potrebbe essere “Have you ever seen the rain?” dei Creedence Clearwater Revival se fosse stata suonata dai Replacements. Qualcuno ha storto il naso, ritenendola un po’ troppo easy listening. E’ innegabile che sia uno dei brani più orecchiabili mai composti dalla premiata ditta di El Paso. Ma in questo non ci vedo alcun male. Un valore aggiunto semmai, oppure, per dirla in gergo marziano, un cromosoma mancante. “Drown all your witches” è una ballata alla Jeff Buckley che richiama da vicino il recente side-project del cantante, ossia gli Zavalaz, e ci rammenta che Castore e Polluce sono ancora imbattili nel padroneggiare, lasciando la loro impronta, qualsiasi registro. Giusto un appunto: trovo che il refrain, vanamente supportato da un pad di tastiere, sia abbastanza fiacco e si accosti stilisticamente agli episodi più stucchevoli del lontano, e poco felice, “Octahedron”.

E passiamo quindi a parlare dei difetti, o presunti tali. “Providence”, che detto per inciso è un signor pezzo coi controcazzi, tanto per usare un linguaggio tecnico, sprofonda in un’atmosfera eccessivamente claustrofobica, da Led Zeppelin in visita alle catacombe, che stona un po’ col mood generale dell’album. Degna erede di “The Whip Hand“, apportata la giusta dose di synth, non avrebbe sfigurato su “Noctourniquet“, il sottovalutatissimo canto del cigno marsvoltiano. Se da una parte il ritornello di “People Forget” si candida ad essere un inno assicurato in sede live, dall’altra “Rome Armed to the teeth“, la traccia conclusiva, finisce col non aggiungere granché a quanto abbiamo ascoltato in precedenza, risultando pleonastica. Comunque l’omaggio canoro a Guy Picciotto merita un applauso. Da sempre lettore onnivoro ed amante della cultura pop, Bixler Zavala, nelle sue liriche, attinge a una tavolozza di riferimenti che va da Jodorowski a Lynch, dalla sci-fi al fumetto, fino alla simbologia esoterica. Stavolta sembra calcare meno la mano, lasciando emergere un lato più intimista, e perché no, anche più comprensibile. Niente mosse commerciali però. Solo l’urgenza di scrivere le proprie storie in un altro modo.

In conclusione, l’opera di questi due folli è come un’edera rampicante che si dirama ovunque la portino i significanti del loro orizzonte musicale, letterario, pittorico, cinematografico. Un film proiettato nel futuro, le cui riprese sono ancora in pieno svolgimento. E Noi, più che tirare le somme, dovremmo semplicemente gustarci la scena, mentre loro ne allestiscono già un’altra. L’ultima, ad esempio, è bellissima.

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