Fast Animals And Slow Kids – Alaska

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Diavolo come passa il tempo. Stavi esplorando l’adolescenza. Eri incazzato. Ce l’avevi a morte con la vita. Non sapevi perché. E non t’importava. Ma la luce nei tuoi occhi era vera, e avevi ancora le tasche piene di plettri, di sigarette, di sogni, di appuntamenti. E di anni. C’erano luoghi che amavi, e che frequentavi spesso, tipo le associazioni culturali, in cui andavi a provare con la tua band. E poi c’erano luoghi che odiavi, e che frequentavi poco. Molto poco. Tipo la tua scuola. Tipo la cabina della doccia. “Quando sei giovane te ne freghi. Butti un anno qui, un anno là…” Queste, più o meno, le parole del barman, interpretato da Tom Waits, in una scena di “Rusty il selvaggio” di Francis Ford Coppola. E come dargli torto. Eri un adolescente. Eri bellissimo. E neanche lo sapevi. Diavolo come passa il tempo. Diavolo!

Adesso di anni ne hai 25, su per giù. La musica che ami ti accompagna ancora. Così come la rabbia. Ma molte cose sono cambiate. Le illusioni, le emozioni di una volta, compresa la paura, sono svanite in un abisso. Ed è emersa una nuova consapevolezza. Ben più amara. Si è eretto un muro di silenzio intorno alle poche certezze che avevi. È l’inespugnabile frammentarietà del presente. L’età della ragione, si sa, non fa sconti. Ma c’è dell’altro. Ora anche tu fai parte della “schiera dei perdenti”. Dei fuoricorso, dei disoccupati, degli intossicati. Degli immaturi. La schiera di quelli che per la società, dal vicino di casa fino al ministro di turno, sono e resteranno per sempre degli “sfigati che non sanno stare al mondo”. “We are the sons of no one, bastards of young”. Cantano i Replacements, in uno dei tanti cavalli di battaglia dell’indimenticabile “Tim”. E so per certo che i Fast Animals and Slow Kids quel ritornello lo conoscono a memoria, o meglio, per dirla in inglese, “by heart”. Piove “sulla finestra dei vent’anni”, che nel frattempo si è ristretta, oppressa da una parete color buio. “Non c’è più speranza”. “C’è la notte”. C’è l’Alaska.

I FASK sono in quattro. E vengono da Perugia. Città famosa per il suo ambiente universitario, per i suoi piccoli omicidi tra amici, e per la cioccolata. Non a caso il primo ep del gruppo, che risale al 2010, s’intitola ironicamente “Questo è un cioccolatino”. Animali scattanti e ragazzini dal passo lento. Un nome, il loro, che se da una parte evoca l’immagine di un feroce assalto contro facili prede, dall’altra esemplifica al meglio il dualismo che anima questa band. Bambocci destinati a perdere, ok, ma anche delle autentiche forze della natura, che si divorano l’intero paese a suon di concerti. “E quanto vorrei fuggire dal giudizio degli altri, e dalla mia insicurezza, che mi lega ai palchi da quasi tredici anni” (Calci in faccia). Nei testi di Aimone Romizi, voce e chitarra, si avverte l’urgenza di esprimere, senza alcun filtro, le insanabili contraddizioni che imbrigliano le nostre esistenze. Tutto ciò col supporto di una band che, in ogni singolo brano, mostra un’energia incontenibile. Da qui all’inno generazionale il passo è breve, se non immediato. A pensarci bene, il luogo che da il nome al disco, un altrove glaciale e distante, ma dannatamente reale, come del resto ogni stato d’animo, non è poi così diverso, nello spirito, dalla “Padania” raccontata dagli Afterhours, ovvero quella terra di nessuno, abitata da sogni infranti, che detta legge dentro di noi. Ma Aimone & Co. non ci stanno, e macchiandosi di hybris, in un’anti-epoca che non conosce divinità, tantomeno eroi, tengono acceso il fuoco che molti altri, per ottusa pigrizia, mica per altro, preferirebbero lasciare spento.

E’ una corsa a perdifiato nelle viscere della notte, che inizia in punta di piedi, quasi prendendoci per mano. “Overture” ci culla con la sua dolce armonia, accarezzata da un violoncello, invitandoci ad entrare nella stanza dei ricordi, e degli addii. “Scusa, mi lascio andare un po”. Riecheggia una voce, rauca e disperata, che insinua i fantasmi del punk in una ballad melanconica, inizialmente vicina alle atmosfere dei Sophia, e infine squarciata dall’ensemble perugino, che picchia col volume a stecca. Niente di nuovo. Anzi, tutto molto prevedibile. Ma se l’obiettivo era quello di scolpire un avvio emozionante, è stato indubbiamente centrato.
“Il mare davanti”, a mio avviso il pezzo più efficace dell’intera raccolta, è il miglior biglietto da visita con cui presentare i Fask alle soglie del 2015, oramai giunti al fatidico traguardo del terzo lp. Chitarre che viaggiano come treni, ritmica martellante, melodie da K.O istantaneo, dinamiche ad orologeria, crescendo emotivi. Impossibile non notare l’influenza di gruppi capofila dell’emocore statunitense come i Mineral, o i Texas Is The Reason. Ma anche di gruppi innominabili come i New Found Glory, fieri esponenti del pop-punk californiano(Calci in faccia).

Quello che manca, forse, è quel pizzico di follia iconoclasta che era presente nel primo lp, “Cavalli”. E pesa anche un po’ l’assenza di un brano caustico e irriverente che replichi il miracolo di “Maria Antonietta”, per chi scrive il capolavoro della band, tratto dal precedente “Hybris”. Può darsi che sia il prezzo da pagare per aver raggiunto una compattezza esecutiva, e stilistica, che, specialmente se rapportata al resto dello scenario musicale italiano, ha dell’invidiabile. Il singolo di lancio, ovvero “Come reagire al presente”, suggella il trittico iniziale con l’aggiunta di qualche variazione modale d’accordo, e una struttura pop molto ben congegnata. Tutti fattori che contribuiscono ad impreziosire un “anthem” già di per sé vincente. Fin qui solo lacrime di gioia.
Gli Emo-snob della prima ora, nella migliore delle ipotesi, rimarranno perplessi ascoltando “Alaska”, che per sonorità si rivela tutt’al più accostabile agli ultimi Gazebo Penguins, e non certo ad altri gruppi di culto del settore, quali i Verme, i Do Nascimiento e Fine before you came. Anzi, è bene dirlo, siamo parecchio lontani da lì. Perché il cosiddetto emo-core all’italiana non è mai stato tanto radiofonico. Non ha mai seguito così tenacemente i sentieri della melodia. Su avanti, esageriamo. Non ha mai pensato così in grande. Ma dietro l’oro che luccica, si annida comunque qualche crepa.

Aimone Romizi, che ha una voce bella, potente ed espressiva, in alcuni frangenti lirici dà un po’ troppo spago alla propria ingenuità. E versi come “Con chi pensi di parlare, anche a me piacciono i sorrisi” , o “Che colpa abbiamo noi? Noi concorrenti al gioco a premi che è la vita” , non passeranno certo alla storia come i più originali, o i più belli che siano mai stati scritti. Oddio, non che questo fosse lo scopo. E va detto anche che la pugnace interpretazione canora, e le confessioni a cuore aperto, da sempre emblema del genere, hanno la meglio sui passaggi meno riusciti. Un altro punto a sfavore del disco è la vaga sensazione che la seconda parte non risulti all’altezza della prima, e che dopo un inizio fulminante, i brani si assestino su un livello di medietà che alla lunga potrebbe stancare. Ad ogni modo, qualche gradita sorpresa c’è. “Con chi pensi di parlare”, brano da cui riaffora l’impeto dei primi Verdena, oltre a varie suggestioni chitarristiche che vanno dai Pixies fino agli Interpol, sul finale sfuma in un raffinato canto a cappella, di reminiscenza doo wop, che pare quasi trascinare il delirante epilogo di “Loniterp”, da “Wow” degli ultimi Verdena, dentro una puntata di Twin Peaks, pettinandolo per bene, mentre la radio trasmette “Rockin’ back inside my heart”. “Te lo prometto” ci sottopone uno spaccato, davvero sui generis, di un’amicizia ai limiti dell’odio. Fra lance nel costato ed inquietanti minacce. “Saremo amici. Te lo prometto. Ho già un paio di idee per renderti infelice”. Parole che non sfigurerebbero sulle labbra di Antonio Rezza, nel suo teatro dell’aggressività. Dalle piaghe sanguinanti di “Odio suonare” spunta fuori il nome di Virgilio, preceduto da un esplicito riferimento a Dante Alighieri. Non è raro che i poeti, nell’atto di narrare il destino di un popolo, di una nazione, o anche solo il proprio, ricorrano a figure divenute leggendarie. E’ una pratica diffusa, presente da secoli in diversi componimenti poetici. Come gli Inni. “Sarai uno di noi” ripete all’infinito Aimone, quando il disco è al suo “Grand Final”, chiudendo idealmente un cerchio, che muove i primi passi dal pessimismo cosmico, eppur scanzonato, della vecchia “Copernico”, dal debutto “Cavalli”, per approdare ad una specie di “social catena Leopardiana”.

CI sarebbe un discorso da fare sull’esigenza che sta spingendo sempre più ragazzi, nella zona d’ombra fra i venti e i trent’anni, ma anche oltre, ad accorrere ai loro concerti. A cantare a squarciagola i loro inni. In una sorta di rito catartico che instaura, nella dialettica fra officianti ed uditorio, una dialettica da pari a pari. Ed ecco che alla crisi di valori, e all’assenza di prospettive di quest’anti-epoca, si oppone un’anti-epica, che trova nella coscienza dell’inutilità dell’esistente, e nel farsi forza l’un l’altro difronte al nulla, il proprio codice identitario. Anche se, in questo culto laico, il grande sacerdote occulto rimane Ian MacKaye, della chiesa degli Embrace. Ora che il viaggio è terminato, guardando la copertina di Alaska, non penso più che la “finestra sui vent’anni” si stia restringendo senza sosta, fino a rimanere oscurata. Penso invece che forse, finalmente, nel buio si sia aperto uno spiraglio.