Einsturzende Neubauten – Lament

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25 Novembre 2014 Bmg neubauten.org

Scrive Ladislao Mittner, nel suo saggio intitolato “L’Espressionismo”, edito da Laterza nel 1965, pag. 24:

La generazione dell’espressionismo è quella delle giovani vittime della prima guerra e della reazione che preparò la seconda

E poi ancora, nel capitolo seguente, pag. 29:

L’arte nuova, con le sue gelide astruserie, con le sue compiaciute brutture da schizofrenici si sforza di rendere in qualche modo in termini umani ciò che ai sensi dell’uomo oramai sfugge: la prospettiva labirintica dell’anima ridotta ad oscuro campo di battaglia tra forze a noi stessi ignote

Sul finire della trentesima pagina, prosegue la riflessione:

Il futurismo fu l’ebbrezza gelida, in fondo nichilistica, della velocità conquistata dall’uomo creatore della macchina e col suo correlativo “bruitismo” fu anche l’ebbrezza dei rumori prodotti dalla macchina; ma la macchina prese poi la sua rivincita, minacciando di diventare, specie dopo il 1919, nei grandi complessi industriali che impongono il lavoro a catena, un mostruoso macroantropo, un idolo d’acciaio, un nuovo Baal insaziabile divoratore di uomini

Ma che gli prende a Marco? Perché mai cotanto incipit, che fra l’altro non è neanche farina del suo sacco? Che adesso basta leggere un libro e ci si improvvisa Philippe Daverio della Domenica? Io stesso sono perplesso. Analizzare un disco di questa portata non è facile. Lo stesso termine “disco”, al risultato finale, suona alquanto riduttivo, per non dire fuorviante. Forse sarebbe meglio parlare di un oggetto sonoro che si misura con la struttura del concept-album, con ambizioni che mirano all’opera d’arte concettuale. Solitamente, al centro di un concept-album, c’è il racconto di una storia. Ed è così anche per “Lament”, ultima fatica, parto, od aborto, a seconda dei punti di vista, degli inossidabili Einstuezende Neubauten. Solo che stavolta, e non ci sarebbe neanche bisogno di sottolinearlo, la storia al centro della narrazione è quella con la S maiuscola.

Sono trascorsi sette anni dal precedente “Alles Wieder Offen”, e allo scoccare del centesimo anniversario, i Neubauten hanno dedicato 77 minuti e 47 secondi del loro eclettismo ad una sorta di autopsia sentimentale della Grande Guerra. Un occasione questa per rispolverare antichi scheletri nascosti nell’armadio dell’Europa, e insieme per assemblare una summa stilistica della carriera, oramai ultra-trentennale, della band. Sempre nel libro di Mittner, ci viene detto che l’arte riesce a confrontarsi consapevolmente con l’epoca della crisi solo a distanza di molto tempo, oppure, estrapolando a forza una citazione da “Quer pasticciaccio brutto de’ via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, che di fascismo e teste di morto ne sapeva qualcosa, dopo un “misterioso tempo incubatorio”. Lo so. C’è ben poco di misterioso in una ricorrenza centenaria. E non c’è nulla di più programmatico che far coincidere l’uscita del proprio disco in vista di un simile evento. Ma tutto lascia pensare che la band di Blixa Bargeld, così ricca di implicazioni e di referenti che spaziano fra le espressioni più alte della cultura europea del ‘900, dall’espressionismo alla musica d’avanguardia, dalla psicanalisi alla scuola di Francoforte, e con un nome che è un manifesto provocatorio verso i piani di ristrutturazione della Germania post-Hitleriana, fosse fenomenologicamente predestinata a quest’appuntamento con la Storia.

Ovviamente stiamo parlando di un ensemble artistico per nulla incline alle facilonerie, o ai pressappochismi. È quindi assai prevedibile che l’approccio verso la materia trattata non sia di stampo manualistico, ma sia invece mosso da un forte desiderio di ricerca. La meticolosità con cui gli Einsturzende Neubauten hanno messo appunto il loro lavoro si nota in ogni singolo dettaglio. A partire dalla bella copertina. Devo ammetterlo, quando l’ho vista ho pensato: “E’ uscito per caso il nuovo film di Lars Von Trier?”. Qualcuno mi odierà per questo. Il booklet all’interno rappresenta la mirabile sintesi di questa lunga ricerca che ha affondato i suoi artigli in archivi, libri e testimonianze. In una sola parola: “documenti”. E così, alla voce “The Willy-Nicky Telegrams”, terza traccia dell’album, possiamo leggere un resoconto dei messaggi scambiati fra lo zar Nicola II di Russia e il Kaiser Guglielmo II. Basil H. Liddell Hart, nel suo libro “La Prima Guerra Mondiale”, a proposito del successore di Bismarck, e delle sue ansie espansionistiche, scrive, pag.24: “…il Kaiser era sempre più irritato dai piani di Rhodes per un’espansione inglese nel Sud Africa, che minacciavano di mandare in fumo i suoi”. E poi prosegue: “Il 3 gennaio 1896, in una riunione del gabinetto, suggerì che la Germania dichiarasse il Transvaal proprio protettorato e ci inviasse truppe. Quando il cancelliere Caprivi obiettò: “Ciò significherebbe la guerra con la Gran Bretagna”, il Kaiser replicò candidamente: “Sì, ma solo sulla terraferma”. Il giudizio di Hart riguardo il Kaiser è il seguente, pag.27: “La sua parte di responsabilità per lo scoppio del conflitto va ricercata in questi anni. E si tratta di una grossa parte, anzi, della più grossa. Seminando ovunque sfiducia e allarme con le sue dichiarazioni e i suoi atteggiamenti bellicosi, egli riempì l’Europa di polvere da sparo”.

Gli Einsturzende Neubauten, proprio come Hart, sanno che le ragioni del conflitto hanno radici lontane. E l’origine da cui scaturirono le concause del fattaccio, dell’abominio, risalgono a ben prima dell’assassinio dell’arciduca d’Austria Francisco Ferdinando. Da quelle radici si staglia il terremoto. Il lamento di una civiltà disgregata. Da un Dio di ferro e d’acciaio. L’urlo inizia qui. Dalla notte industriale. Dall’industria delle macchine da guerra. “Kriegsmachinerie” è l’atroce biglietto da visita. Lo scudo con l’effigie del collasso. Sono i nuovi palazzi che crollano. Come una volta. Come sempre. Fin da “Kollaps”. Dall’impero soffia un vento di guerra. E un grido d’orrore ce lo annuncia. Ancor più terribile l’inno in lingua madre, brevemente alternata all’inglese, della traccia successiva, “Hymnen” per l’appunto. I rumori della prima traccia vengono spazzati via da un canto nazionalista, che ormai sa di follia collettiva. Annienteremo i nostri nemici, perché Dio è dalla nostra parte. Nella già citata “The Willy-Nicky Telegram”, le voci di Blixa Bargeld ed Alexander Hacke filtrano attraverso il vocoder la Storia, in un tripudio di frasi robotiche, che hanno smarrito ogni senso d’umanità e di raziocinio. La traccia è un continuo crescendo che non arriva mai ad erompere. Una specie di minimal post-hardcore, in cui a tratti si avvertono echi degli Shellac, e che ha nel ripetuto intervallo di semitono della chitarra il sentore di una piaga incombente.

Facciamo presto conoscenza degli altri protagonisti di quest’opera. Gli Harlem Hellfighters. La prima unità di fanteria composta esclusivamente da afroamericani che venne spedita in Francia nel 1917 dal presidente Wilson. Lungo le trincee. Dalla banda del 369esimo reggimento, a cui facevano riferimento gli Harlem Hellfighters, i Neubauten riprendono due brani: “On patrol in no man’s land” e “All of no man’s land is ours”, posta in conclusione. Nei paragrafi d’approfondimento che troviamo all’interno del booklet, davvero ben curato, ci viene detto che il 369esimo reggimento di fanteria contribuì a diffondere la cultura del jazz in Europa, in particolare in Francia e nel Regno Unito. In quest’operazione, che a qualcuno di sicuro apparirà cerebrale ed involuta, più dettata dal calendario, che non da una reale ispirazione, emerge invece un pathos inaspettato, che ci riporta al lancinante dolore di “Armenia” , e alla freschezza compositiva di “Halber Mensch”, con in più delle aperture verso la consonanza armonica che ci offrono brevi boccate d’ossigeno, mentre intorno è tutto un dattilografare di scheletri, e un dilungarsi di ombre. Testimoni di questo coinvolgimento emotivo sono di sicuro la title-track, suddivisa in tre momenti, e la successiva “How did i die?”, forse il cuore pulsante dell’intero album.

Un capolavoro che consiglio a tutti. Opera totale in cui la musica colta incontra il rock e l’industrial, ma non nel modo roboante che sarebbe lecito attendersi. È un viaggio che spesso sembra condurci sottovoce nei sotterranei di un archivio storico. In opposizione alla furia espressionista, al suo grido di guerra, come direbbe Ladislao Mittner, che pure a tratti esplode, la band ha adottato un pacato rigore, un calcolo millimetrico di ogni sfumatura, in un lento processo mimetico che porta lo stile, gli stili, a farsi tutt’uno con l’oggetto, con i documenti studiati. Capitan Ovvio, che non conosce eserciti, direbbe che la fruizione di questo album potrebbe rivelarsi ostica. Siamo nella Terra degli Eufemismi. “Lament” è semplicemente incatalogabile. Un disco che aspira ad essere una lezione di Storia, con tanto di documenti, e che nel farlo elabora un’intricata tessitura d’Avanguardia Rock, da cui s’affacciano i fantasmi dell’Industrial, il post-hardcore, il folklore, e poi silenzi, ritmiche scarne ed ossessive, elenchi di nazioni e di città, date, musica da camera. Senza contare che l’habitat ideale di quest’opera non è certo il compact disc, ma la rappresentazione teatrale, forse anche il cinema, o comunque una forma d’arte che la arricchisca d’ulteriori integrazioni linguistiche, e che consenta, com’è giusto che sia, ad un’opera che è totale, di essere un’esperienza totale.

Ricordo ancora, come se fosse ieri, e invece era otto anni fa, il giorno in cui Ilaria, vedendomi salire le scale al termine della ricreazione, mi passò il cd di “Kollaps”. Fu un ascolto sconvolgente. E ancora oggi le sono grato per avermi fatto conoscere Blixa e i suoi. Alla luce di tutto questo, e perdonatemi la digressione quantomeno marginale rispetto ai Grandi Sentieri della Storia, c’è da chiedersi se sia davvero possibile. a distanza di tanto tempo, trovare risposte logiche che fughino ogni dubbio riguardo l’urlo nero della guerra, che c’è stato, c’è ancora, e ci sarà sempre. L’orrore vero non conosce catarsi risolutive. A differenza di molta arte, eccezion fatta per gli Einsturzende Neubauten da Berlino. Verrebbe solo da dire, scroccando malamente il titolo di un romanzo di Fulvio Abbate: “Oggi è un secolo”. E domani?
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