Morrissey – World Peace Is None Of Your Business

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Se dovessi dare un titolo a questo 2014, malgrado le tante realtà emergenti, sarebbe “La rivincita dei cinquantenni”. Lo so. Suona come una di quelle commedie americane in cui degli amici brizzolati volano in deltaplano senza mutande per sentirsi più giovani. Non è questo il caso. Nel giro di pochi mesi, Edda, Einsturzende Neubauten, Shellac, e non ultimo Morrissey, hanno dato alla luce quattro capolavori. È probabile che almeno uno dei quattro finirà con l’essere un canto del cigno. Ma questo lasciamolo dire al tempo, o ai diretti interessati. Maturità batte Giovinezza 4 a 0. La cosa mi rattrista, anche perché “maturità” e “giovinezza” sono due parole che detesto, che eliminerei dal vocabolario. Insieme a “psicopompo”. Ma questo non c’entra. Di Albini, di Lamenti, e di Rampoldi ne abbiamo già discusso altrove. Adesso, a qualche mese dall’uscita, è il momento di affrontare “World peace is none of your business”, di Stephen Patrick Morrissey, meglio noto agli esseri viventi come Morrissey. Ve lo dico subito: se state cercando una di quelle recensioni ipercritiche che fanno le pulci anche al cane del re, avete sbagliato indirizzo web.

Alcuni ritengono che un capolavoro sia un’opera che anticipi i tempi, e che segni uno standard di riferimento per il futuro. Lo ammetto. Anch’io sono fra questi. Ma a volte capita che un artista con già alle spalle decenni di carriera, e che sembra ormai sul Viale del Tramonto, se ne esca, quando meno te lo aspetti, con un colpo di coda spiazzante. Ed ecco che ti ritrovi fra le mani il decimo album di Morrissey, classe 1959, che forse è il capolavoro di tutta una vita.

C’è chi, come Thom Yorke, o come Blixa Bargeld, tenta continuamente di rifarsi una nuova giovinezza, ora contaminando, ora sublimando sempre di più il proprio discorso compositivo/esecutivo, alla costante ricerca della novità, della dimensione altra, della fuga dalla gabbia manierista. Spesso questo si traduce in pagine di musica cerebrale, ma indubbiamente coraggiosa, e fuori dagli schemi. A loro va il nostro plauso. Ma c’è anche chi segue un’altra strada, non meno perigliosa, in cui si rischia di restare uguali a sé stessi per così tanto tempo da sfociare nell’auto-parodia. Ne sa qualcosa Morrissey. Non tutto è andato per il meglio, dopo lo scioglimento dei The Smiths.

In seguito ad un avvio sfavillante della propria carriera solista, col promettente “Viva hate”, e lo splendido “Bona Drag”, i dischi del Bardo di Manchester sono diventati via via più faticosi. Numerose perle sono state seminate lungo il cammino. Canzoni memorabili. Basti pensare ad una “The teachers are afraid of the pupils” da “Southpaw Grammar”, forse il migliore del periodo buio, o ad una “Alma Matters”, dall’infausto “Maladjusted”. E questo solo per citare due fra le meno osannate. Ma una cosa è certa: da “Bona Drag” in poi, è come se Moz avesse iniziato a patire la lunga durata, realizzando dischi che quasi mai hanno funzionato nella loro interezza. Ci ha dato giù coi riempitivi, insomma. A volte relegando fra i brani scartati autentiche perle strappalacrime come “You should have been nice to me”, o la suprema, e ingiustamente misconosciuta, “Happy lovers at last united”. Se non l’avete ancora ascoltata smettete immediatamente di leggere e andate su Youtube. Mi raccomando il testo. Non indugiate. Tanto da qui non mi muovo. Qualcosa era già cambiato nel 2006, con il suo album “romano”. Infatti “Ringleader of the Tormentors”, sebbene sottovalutato da molti, è un disco imponente e carico di pathos, di gran lunga superiore al precedente “You are the quarry”, che ha segnato però il ritorno di Moz alla ribalta delle vendite e delle cronache musicali. Oggi, a cinque anni di distanza dal gradevole, ma tutto sommato interlocutorio, “Years of Refusal”, ci piove addosso il Disco dei Dischi.

Capolavoro, si diceva poco fa. Da diversi punti di vista. Un’idea di partenza: l’analisi della condizione umana attuale, che forse tanto attuale non è. Svolgimento: un vero e proprio giro del globo terrestre. Risultato: un quadro desolante, ma non impietoso.
La title-track circoscrive da subito il campo d’azione di questa tragedia: l’intero mondo. “Brazil and Barhain, Oh, Egypt, Ukraine, so many people in pain”, “Each time you vote, you support the process”, “No more, poor little fool, no more”. Ancora una volta, da buon Dandy, Morrissey non sa proporci soluzione alcuna che non sia la radicale astensione da tutto ciò che inquini la libertà dell’individuo, che sia il lavoro come abito sociale, che sia la politica come strumento repressivo. Non a caso nel brano “You have killed me”, risalente al 2006, egli esordisce cantando: “Pasolini is me”. Forte di una melodia infallibile, che sa di già sentito, proprio come ogni brutta notizia che ci arriva dalla tv, Morrissey se ne infischia di suonare retorico. Dato che la sua retorica è un’arte. E la sua arte è la sua rivolta. Ma la depressione incombe, ed urge subito un richiamo a muse ben più alte dei soliti Tg. È dunque il turno di “Neal Cassady Drops Dead”, la seconda traccia. Un lamento funebre che è prima di tutto un omaggio ai poeti beat. Un tributo a una stagione in cui scrivere significava ribellarsi contro la società, abbracciando un nomadismo innanzitutto mentale. “Victim or life adventurer, which of the two are you?”.

Il titolo della traccia seguente, in qualche modo, ci fornisce una risposta: “I’m not a man”. Stavolta la presa di distanza dalla brutalità e dall’ottusità del “maschio” è senza ritorno. Il testo, quasi una “Breve storia del mondo” di Gombrich virata al nero, passa in rassegna i diversi stereotipi del macho, dal cavernicolo armato di clava, al marito violento in canottiera, fino allo squalo della finanza in stile “The Wolf of Wall Street”. Tutti esempi di un’antropologia negativa che serve a Morrissey per giustificare il suo messaggio pacifista, anarchico, e letteralmente “superomista”. “I’m not a man. I’m something much bigger and better than a man”. Ovviamente non può mancare la stoccata finale a tutti i “carnivori e distruttori del pianeta”, subito prima che un Synth suoni l’allarme in mezzo al frastuono generale, assieme all’urlo di un animale straziato, che non è un qualsiasi erbivoro, ma il mondo tutto. Brano epocale. Un padre cerca il figlio, orfano di madre, per le strade di una città caotica e irta d’insidie, fino a compiere un’atroce scoperta. È “Istanbul”, la traccia successiva, in cui la new wave guarda ad Est, ammaliata da un sitar. E dunque, dopo il dramma medio-orientale, la temperatura del pessimismo Morrisseyiano giunge a gradazione cosmica, con “Earth is the loneliest planet of all”, e le sue chitarre flamenche che quasi stridono con l’implacabile sequenza di frasi nichilistiche e lapidarie che contiene.

“Staircase at the University” ci trasporta dalle sofferenze degli indigenti, e dai vuoti del pessimismo cosmico, ad un campus d’elite, dove una ragazza, pressata dalle aspettative paterne, e del suo stesso “boy-friend”, riguardo il profitto negli studi, essenziale per mantenere alto “il buon nome della famiglia”, si suicida lanciandosi dalle scale. E la sua testa si spacca in tre parti. Tre come le A che voleva il suo papà. Qui l’impianto è più tipicamente Brit. Melodia e testo viaggiano insieme che è una meraviglia. Magari il solo di chitarra spagnoleggiante si poteva evitare. Ma va bene lo stesso. Anche i ricchi piangono…
Squillo di tromba. Ha inizio la corrida. Morrissey è qui un dandy disperato che partito dal cuore di Madrid sale e scende lungo la costa spagnola, da Barcellona a Malaga, assistendo coi propri occhi alle nefandezze dei toreri. Finché non arriva la notizia: “Urrà! È morto il torero! Urrà! È morto il torero!”. E non piange nessuno. Perché siamo tutti, come direbbe Caparezza, “dalla parte del toro”.
Riaffiora un po’ di speranza, stando ai due minuti e spicci di “The bullfighter dies”. Un brano che potrebbe starsene comodamente sdraiato nel repertorio di Julieta Venegas, se non fosse per Morrissey, che con la sua voce, ed i suoi spassosi giochi di parole, lo rende davvero irresistibile. “Kiss me a lot” azzecca l’ennesima melodia. Un inno all’atto del baciare, che si erge, tanto per restare in tema col disco, fra un mausoleo ed un cimitero.

“Smiler with knife” è il secondo apice dell’album, dopo “I’m not a man”. Un’altra storia sul suicidio, come “Staircase at the University”, ma stavolta dai contorni più torbidi. Potrebbe essere l’ultimo soliloquio di un uomo che solo, dentro al suo letto, si dà la morte. Oppure il commiato di un poeta, nauseato dalla vita, e lacerato dal tempo, che chiede al suo amante di ucciderlo. Non saprei dire con esattezza chi dei due sia il “sorridente assassino”. Propenderei più per la prima ipotesi, ma non conta. Ciò che conta è che una simile intensità ricorda da vicino “Asleep”, tanto per restare ancora in tema. Mogli, vacche, e buoi vengono messe alle berlina nella strepitosa “Kick the bride down the aisle”. Qui un moz in versione maestro di vita, solenne e esilarante al tempo stesso, tenta di convincere il malcapitato di turno a non sposarsi, con parole che, tradotte più o meno fedelmente, dicono: “Lei vuole solo uno schiavo, che si spezzi la schiena garantendole un salario, così può starsene in panciolle per il resto dei suoi giorni”. Un piccolo concentrato di misoginia ed umorismo nero, che se ne frega del politicamente corretto, e che in realtà credo funga da mero pretesto per la penultima, bellissima, strofa, interamente dedicata al maschio e alla sua solitudine: “You’re the stretch of the beach that the tide doesn’t reach. No meaning. No reason. The lonely season”.

E veniamo al terzo, ed ultimo, apice del disco: “Mountjoy”, che prende il nome da una prigione che si trova in Irlanda, terra in cui Moz affonda le sue radici sanguigne. I carcerati diventano qui il simbolo di un’umanità destinata alla sconfitta. Non importa se colpevole o innocente. Tantomeno conta l’estrazione sociale, come insegna “Staircase at the University”. E il cielo è l’unica cosa che può ispirare bellezza, proprio perché lontano. “We all lose, rich or poor”. “Oboe Concerto” fa calare il sipario. Ora è Morrissey che, con stile impeccabile, ci dona il suo commiato, ammettendo il fallimento di un’intera generazione, e mettendosi anche lui in fila per il suo posto nell’oltretomba. Ricordiamo che Moz ha avuto dei gravi problemi di salute. Stiamo parlando di un cancro che, stando ad alcune sue dichiarazioni, potrebbe anche costargli la vita nel giro di non molto tempo. Spero davvero di sbagliarmi, ma è probabile che anche per questo si sia impegnato a dare tutto con questo disco.

Un album pop come non se ne sentivano da anni. Arrangiamenti ricercati e complessi, talvolta addirittura stranianti, per dodici gemme melodiche a cui sarebbe difficile chiedere di più. Una raccolta di epitaffi da una Spoon River chiamata mondo. Un Canzoniere della Fine. A volte, ascoltando “World peace is none of your business”, si ha davvero l’impressione di sfogliare le pagine di un libro, venendo a conoscenza di fatti, luoghi, e personaggi che fanno parte di un’unica grande storia: La Morte.
Inutile parlare dello Spettro della Tradizione con Moz, dato che è fra i pochi ad averlo afferrato, e fatto esplodere come lo stupido palloncino di una festa, risorgendo dalle sue ceneri come nessun altro. Come se non bastasse, nella Deluxe Edition sono presenti altre sei tracce di tutto rispetto. E chissà, forse la rivincità dei cinquantenni è solo all’inizio.
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