Theophilus London – Vibes

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Questo secondo album di Theophilus London è stato pubblicato nella terra di mezzo che è la fine dell’anno, quelle ultime miglia laddove, generalmente, l’attenzione è rivolta o all’archiviazione dei migliori dischi dell’annata o alla ricerca del fatidico botto finale. E alcuni botti sono arrivati attraverso le uscite di Run The Jewels e D’Angelo, ossia due album diversi anche tra loro ma che in teoria potrebbero condividere una lontana familiarità di collocazione con questo “Vibes”.

Resta il fatto che il disco in questione non ha affatto ricevuto un’accoglienza trionfale. Eppure sono rari i lavori che in una dozzina di tracce presentano una serie di collaborazioni così ben calibrate. La differenza rispetto ad album che sembrano una parata di connessioni, collaborazioni, apparizioni sacre e meccanismi di “do ut des” è che qui le ospitate, le citazioni, le deviazioni, anche se frequenti, sono proposte con estrema coerenza interna. Theophilus London affronta con gli stessi strumenti le sonorità di un ghetto, la New Wave Francese, lo spirito di una Dancehall Giamaicana e tanto altro. Risulta credible in ogni caso, probabilmente perché Theophilus London è un interprete che non si è mai cucito addosso in modo costrittivo i panni dell’artista hip hop e, a ben vedere, nemmeno quelli del fenomeno r’n’b.

A dare ulteriore coesione al disco (oltre che autorevolezza) è la supervisione di tale Kanye West, presente anche vocalmente in “Can’t Stop“. La collaborazione fra i due signori è evidentemente tra i tratti distintivi della recente carriera di London, al punto che quest’ultimo potrebbe uscire anche leggermente penalizzato da questo status di “protegé” di Kanye. C’è il rischio di ricavarne una connotazione poco autonoma: forse a più di uno è sembrato che Vibes avesse la pretesa di mostrarsi come una specie di Yeezus piccolino. Invece le strade che l’album imbocca sono spesso altre e ben distanti. Per esempio, nelle prime tracce il risultato può addirittura ricordare il Mount Sims di Wild Light, quello del passaggio da una produzione vicina ai Fischerspooner a una musica contemporaneamente più black e anche più fredda ed essenziale.

Su questa ed altre incongruenze solo apparenti, Theophilus si sa muovere in maniera consapevole, destrutturando alcuni dei canoni dell’hip hop e rovistando con la complicità di West tra vinili dark semisconosciuti. L’apice del disco sono due reinterpretazioni abbastanza libere (più che cover ortodosse) di “New Law” (di John Maus, poi ripresa da Ariel Pink) e di “Take A Look” (degli indimenticabili Martin Dupont). Qui diventano “Neu Law” e “Take And Look“, per dire. Nell’accelerata di Tribe partecipa Jesse Boykins III, mentre in “Figure It Out” è Devonte Hynes (Blood Orange) che risponde “presente”. Anche il primo disco (Timez Are Weird These Days) era immediato, ricco, intenso ma con una quota un po’ troppo consistente dedicata ai singoli per le radio. Vibes è quel capitolo in cui non succedono cose devastanti ma si capisce il senso del libro.

[schema type=”review” name=”Theophilus London – Vibes” author=”Marco Bachini” user_review=”4″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]