The Chemical Brothers – Born In The Echoes

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Riascoltando a bocce ferme l’ottavo disco dei Chemical Brothers, possiamo constatare che anche questa volta la tipica struttura degli album del duo è stata rispettata. Forse solo “Further“, l’uscita precedente, rappresentò un’eccezione in questo senso. I pezzi di Born In The Echoes in qualche modo si dividono in: l’inizio da riscaldamento (“Sometimes I Feel So Deserted” prepara i muscoli per una sessione di corsa, così come addensa l’aria di un djset), le collaborazioni che fanno il ponte tra dancefloor e mondo pop (“Under Neon Lights” con St. Vincent e la title track con Cate Le Bon), il momento ad alto tasso di psichedelia (qui c’è “I’ll See You There“), il singolo bomba che vince a mani basse in tutti i tornei (l’instant classic “Go“), alcune immersioni più spinte nel mare magnum tra le barriere di breakbeat, techno e house, ed infine un epilogo pop distensivo che chiude il disco riaprendolo come sempre a spirale (“Wide Open” con Beck).

La risposta al perché di tanta rigidità potrebbe essere in parte suggerita dal mezzo flop di Further, appunto. Viene lo stesso da chiedersi perché rispettare pedissequamente una struttura che è ferrea come quella dei telefilm col morto ammazzato: l’indagine, la vita privata dell’agente, la confessione, gli Who. Ma, al di là dell’inevitabile effetto rassicurante (che poi alla fine piace a tutti) forse il fatto è che nessuno sa rispettare come questi due la fedeltà al proprio suono evitando tragiche cadute nell’anacronismo. Come termine di paragone potremmo usare la parola Prodigy e non aggiungere una sillaba. Born In The Echoes probabilmente non è il miglior disco dei Chemical Brothers e non è un lavoro che ribalterà le vostre vite. Però se l’intenzione era di farci sentire quanto davvero gli dobbiamo per quello che hanno fatto in questi ultimi vent’ anni, allora non c’era modo migliore di questo. Seriamente.