Electric Elephant 2015: cavalchiamo sempre senza sella

11218072_10153375058952696_459070264883345415_n

La Croazia è diventata la nuova meta esotica dell’Europa “occidentale”. Non si è ancora ben capito se il merito sia di Eli Roth – e dei suoi Hostel -, del turismo sessuale, o dal fatto che si tratti di un luogo ancora non battuto dall’industria del turismo. Forse tutti e tre o forse nessuno dei tre. Sta di fatto che nella penisoletta di Tisno, a pochi chilometri da Spalato, si organizzano una serie di festival di musica elettronica dati completamente in concessione ad agenzie inglesi. Finito un festival ne inizia un altro: fino all’anno scorso con pochi giorni di scarto fra l’uno e l’altro. Mentre da quest’anno non c’è alcun giorno di riposto fra gli happening.

Tutto inizia come iniziano mille altre avventure analoghe: breve giro su Facebook per segnare le date dei nostri DJ preferiti e analisi del programma.

«Croazia: mare, sole e vita a basso costo. Dj Harvey che suona sei ore. Lindstrøm, Prins Thomas e tantissimi altri. Feste in barca, disco in spiaggia, ed il mare in mezzo al camping del festival»

Andiamo, ovviamente.

Presi dall’intelligenza, perspicacia e pacatezza che ci contraddistingue, scegliamo l’opzione “deluxe” che ci concede di assistere al The Garden Festival ed all’Electric Elephant. Quattro piante di ficus, sedili in pelle umana e il fantomatico dj set di “Harvey” sono quello che ci separa da un festival all’altro.

garden 1

Foto di Casper Bier


Lunedì
– tralasciamo tutte le informazioni noiose su come è strutturato il campeggio e andiamo direttamente al sodo: 4500 persone, età media 25 anni, tutti con la propria dose di droga e alcool personale – in un’atmosfera di rispetto misto indifferenza incredibile. Electro e House di stampo nineties ed un dj che spara house remix di “Love will Tear us Apart” e “A Forest”. D’altronde è roba di casa loro, quindi possono farlo, e mi dispiace ma lo fanno in maniera divina.

Breve giro orientativo, che serve solamente per renderci conto che: non ci sono altri stranieri. Qualsiasi elemento che connota un festival “internazionale” è andato a farsi fottere. Non ci sono italiani: siamo solo noi due, più due fonici – che ovviamente conosciamo perché hanno stazionato al Bar Maurizio di Bologna per una vita.  Non ci sono tedeschi, né spagnoli e no francesi. Abbiamo conosciuto 3 olandesi e tutti gli altri erano inglesi: incredibile.

Non ho la minima idea di come facciano ma dall’Inghilterra riescono a spostarsi in massa e a far funzionare un evento distante migliaia di chilometri da casa. Le regole sono semplici: la vita gli costa un terzo di meno, stessa cosa vale per il cibo e gli alcolici. Gli inglesi hanno un rapporto strano con il mare e con la spiaggia: si buttano sugli scogli senza asciugamano, collassano sotto il sole alle 2 del pomeriggio e si addormentano con la ghiaia in faccia.

Poi ci sarebbe di aprire una parentesi sul tema: “gli inglesi e le droghe”. Argomento che pare confermare la tesi che abbiamo confutato gli anni scorsi: gli inglesi si fanno tutto il giorno e tutti i giorni, ma rimangono in un’incredibile bolla di educazione, civiltà e amore. Le ragazze portano dei ciondoli con dentro coca e speed, i ragazzi mettono le mani in tasca e le tirano fuori colme di petazones di MDMA, coca e acidi. Eppure, nonostante tutto questo e nonostante i litri di alcol che galleggiano nel corpo di queste persone da ore e ore, non si è mai manifestato alcun cedimento della civiltà occidentale: nessuno vomita in pista, non si sentono urla, non si vede volare una spinta, figuriamoci un ceffone. Non si creano quelle dinamiche per cui i maschi (alpha) devono per forza assumere atteggiamenti da primate per prevalere sul resto della mandria e mettersi in mostra fra le femmine. Se ci provi con la fidanzata di qualcuno, come minimo ti becchi un bacio sulla guancia da entrambi i partner. I bicchieri di plastica usati, e lanciati per terra, sono un trentesimo rispetto alla mole di persone. La gente, per quanto non si regga in piedi, mantiene sempre le forze per tirare un vuoto nel secchio dell’immondizia, ed i cessi rimangono in condizioni decenti anche dopo 8 ore di utilizzo continuato. Risulta non pervenuto persino quello “sport” che da noi è consolidata usanza: ovvero, riempire il water di carta per le mani. Ci siamo fatti due feste in barca e non abbiamo visto volare un bicchiere fuori bordo – forse un’utopia per mediterranei.

16996_10153363681872696_7511800620010995395_n

Mercoledì – C’è il Barbarellas. La Discoteca è distante 2km dal festival – e attiva tutta la notte -, la nostra presenza coincide con la fine del The Garden Festival e l’inizio dell’Electric Elephant. Per chi non lo conoscesse, Harvey è un dj indescrivibile. Una chimera: è il dj che tutti i dj vogliono vedere perché incredibilmente eclettico, oltre che collezionista di rarità soniche provenienti da tutto il mondo. Uno che, se gli girasse la luna storta, sarebbe capace di mettere ore di musica africana o funky disco turco/est europeo. Il nostro, ha investito la sua carriera su una specie di non-immagine. Girano pochissimi suoi set su internet, solo quelli più importanti ed esclusivi (Boiler Room, Resident Advisor), pochissime registrazioni private, ed ha rilasciato pochissime produzioni personali dai primi anni ’90. Però,  è stato uno dei primi DJ e compositori di musica da “dancefloor” ad esser trasmesso da John Peel e l’anno scorso ha rilasciato un album di blues-rock psichedelico dove canta e suona la batteria.

Quello di Harvey è stato sicuramente il più bel dj set a cui abbia mai assistito. A mezzanotte meno un quarto Harvey era già in consolle deliziandoci con meravigliosi pezzi electro-balearici: percussioni, basso puntuale e tastieroni iper-solari alla velocità moderata di 110 bpm circa. Poi, per 4-5 ore rimarrà sui 120bmp classici della house-disco prettamente strumentale, ma con delle killer-track piazzate in maniera egregia – e altri pezzi bomba provenienti dalla tradizione del Paradise Garage e del Loft. Eddy Grant, Stephanie Mills e Sylvester sono solo alcuni dei nomi che torneranno puntualmente sul dancefloor (nella maggior parte dei casi in versione dub.

Alle sei del mattino siamo tutti in un’enorme bolla fatta di “fattanza” e abbracci collettivi – con la consapevolezza di non aver ancora ballato abbastanza. Dj Harvey saluta tutti con “How Deep is your Love” dei Bee Gees, mentre la folla oceanica rilascia lunghissimi applausi fra le luci dell’alba. Lui si mette un paio di occhiali da sole, sorseggia un po’ di coca cola e riparte verso un’altra ora di incredibili pezzi afro-disco sui 130bpm. Brani incredibili che Harvey incastra uno dopo l’altro: improbabili sigle di serial in stile anni ’70, con minuti e minuti di percussioni. Insomma, tutto quello che nessuno ha mai ascoltato in un dancefloor, il paradiso di tutti gli angeli caduti che tentano di farsi ricrescere le ali a forza, ballando.

Qualche ora di letto, un po’ mare e ci prepariamo per la prima festa in barca. L’Electric Elephant è nato dalla mente dei The Unabombers di Manchester, residents del club/party Electric Chair. Negli anni si sono messi in contatto con gli organizzatori di diversi party Londinesi, e qui realizzano le proprie feste in barca. Insomma, è come se i residents dei Cocoricò, del Link o del RoBOt, facessero party itineranti in questi barconi per poi far suonare i propri DJ anche nel corso del festival sulla terraferma.

IBV5515799692410_640_360

Stone Boat n°6: festa in barca delle ore 18:00 con Justin Robertson e Jim Stanton della Horse Meat Disco. Crociera di quattro ore, praticamente stipati – i biglietti per questa barca erano finiti da mesi) -, all’insegna della disco più classica: Moroder, Donna Summer, Sister Sledge. Bridisi a suon di cherry ginger – amatissimo dagli inglesi -, birra & tequila – amatissima da noialtri – e popper – amatissimo da tutti. Benché non si possa dire che all’Electric Elephant ci sia una notevole percentuale di pubblico gay, i pochissimi presenti occupavano lo spazio antistante la consolle, producendosi in scapestrati balli con i soliti due italiani di turno – che poi, eravamo noi. Alle 22:00 la Stone Boat riapproda al molo lasciandoci solo un’ora per sentire A Guy Called Gerald. Il Beach Bar chiude a mezzanotte e lascia respirare un po’ la crew del festival, tenendo chiuso, solo per oggi, il main stage.

Venerdì – Dopo esserci ricordati di mangiare, ci rechiamo al Beach Bar verso le 15:00 per assistere alle rassicuranti pulsazioni cosmic di Dicky Trisco. Seguirà un dj set abbastanza sobrio di James Hillard e Jim Stanton della Horse Meat Disco che, vista la bella giornata e un pubblico ancora preso da mare e chiacchiere, non arriverà mai sui 120 bpm regalando a tutti un’atmosfera gioviale. Con l’imbrunire, salgono in consolle Ray Mang e Bill Brewster che alzano i bpm con della classic house. Fra una cosa e l’altra (credo di aver perso il lume della cognizione per un paio d’ore) ci dirigiamo verso il main stage dove Pete Herbert e Bicep allungano il proprio dj-set per sopperire al forfait di Todd Terry. Bicep si è saputo distinguere per aver proposto uno stile di electro house-music proveniente soprattutto dalla seconda metà degli anni ’90, quando tutte le sonorità erano rimanipolate al digitale. Bassi e percussioni, pianoforte e synth aggiungono qui una massiccia dose d’armonia, mentre spariscono i sample dagli anni d’oro della disco, lasciando spazio a sonorità ben più recenti.

Cambio d’abito e di sede: si torna al Barbarellas dove Auntie Flo propone una disco balearica poco entusiasmante: ma ci pensa il berlinese David August (che si sarebbe dovuto esibire l’indomani) a proporre un egregio live-set a tinte Dark – forse troppo per il luogo e l’atmosfera. Nel frattempo, tutti si rendono conto che la Horse Meat Disco è stata rimandata di qualche mezz’ora e quelle pulsazioni grigie spazientiscono un po’ il pubblico. Alle 3:30 di notte però tornano i nostri (sempre James e Jim) a rischiarare gli animi a suon di Loleatta Holloway (un remix decisamente dance), Leonor O’Malley, ancora Eddy Grant e Donna Summer – qualche pezzo era lo stesso che avevamo sentito in barca il giorno prima. Mentre la chiusura è affidata alla bellissima versione di “The Boss” di Diana Ross – remixata da Dimitri From Paris. Ancora tantissimi abbracci, capriole, verticali e ponti all’indietro: ormai in pista ci conosciamo tutti.

pubblico

Sabato – ancora una festa in barca, la Kabal – altro party di Manchester. Saliamo ancora un po’ provati dalla serata precedente, e in tutta tranquillità ci armiamo di buoni propositi per farci quattro ore seduti a bordo barca per la tintarella, fino al tramonto. Buoni propositi che ci siamo resi conto aver lasciato sulla terra ferma appena partono i primi brani dalla consolle: un trionfo di soulful house, disco Motown e Salsoul. Tutta made in Strictly Rhythm e Chicago Trax. Quattro ore senza un solo calo di tensione. I due DJ, accompagnati da un vocalist sono riusciti a far ballare la nutrita platea in un crescendo unico che li ha fatti svettare in prima posizione nella nostra personale classifica del festival – in compagnia del buon DJ Harvey. Si ritorna alle 22:00 al Main Stage dove l’australiano Late Nite Tuff Guy lancia le sue bombe nu-disco fatte di re-edit dei Jacksons, Chaka Khan, Prince e un meraviglioso tributo alla Loredana nazionale, non capito da nessuno tranne che da noi poveri disperati.

Alle 4 del mattino, arriva Prins Thomas. Il norvegese, capitato in un lasso temporale vagamente sfortunato, risponde con quattro ore di musica house, melodica e piacevole ma sostanzialmente “dritta” e da after-party. Prins è uno di quei DJ che ha contribuito alla rinascita della musica disco-balearica, grazie alle sue atmosfere caraibiche: vibrafoni, arpeggiatori, ascensioni spaziali e discensioni marine – inoltre i suoi figlioletti di label e di parentela nazionale (Todd Terje e Lindstrøm) sembrano averlo scavalcato in quanto a successo. Le premesse non sono delle migliori: gli attendenti sono carichissimi e con una modesta dose di incrementi psicotropi che ormai hanno dettato da ore la velocità dei bpm da seguire con le gambe e col corpo. Prins Thomas parte con il suo repertorio più soft, sonorità che poco si adattano alle 5 del mattino e che renderebbero meglio alle 5 del pomeriggio. Eppure tutti resistono, la sua musica è di una qualità disarmante, e in questa scettica progressione musicale piano piano assistiamo ad una lenta ma consistente trasformazione. Dai movimenti acquatici si sale sempre più verso una dimensione cosmica e spaziale: è come sentire i Tangerine Dream o i Phaedra in versione da nightclub, e quando le prime luci dell’alba si intravedono, pare di essere a cavallo di un’aurora boreale. La terza ora di DJ-set è tutto un incredibile viaggio interspaziale dove Prins si prende la sua rivincita facendoci capire che ci ha preso ampiamente per il culo. Le atmosfere ora vanno in crescendo, i tempi si dilatano e la sua performance formale arriva alla fine. Ma alle 5:30 del mattino si prende ancora un’altra rivincita sfornando degli sconosciuti 7” italo-disco, disco hindi, cosmic funk e altre stranezze da capogiro. Magistrale.

Sempre più provati da quella che ormai è diventata una settimana, il giorno dopo sarà all’insegna del relax, adagiati su sonorità cosmic di Balearic Mike. Situazione analoga a quella di Prins Thomas sarà quella riservata a Lindstrøm, posto in mezzo a selezioni tech-house poco consoni alla sua proposta. Il suo meraviglioso live-set, con brani e remix personali, ha ricevuto pochi manifesti consensi, visibilissimi solo da chi era sotto consolle. Sentire dal vivo i brani provenienti da “Smalhans” assieme ai suoi ultimi remix è stato meraviglioso, soprattutto perché il nostro passa in maniera brillante da un certo tipo di cosmic house alla house classica.

pubblico 3

Conclusione: torniamo in Italia con la concezione che finché non andremo ad un festival/party analogo non ci divertiremo più. D’ora in avanti ci daremo alla dancehall, alla pizzica e alla taranta, al neomelodico e ai talent italiani: tanto per tentare di rivivere il brivido dell’Electric Elephant, invano.