Kurt Vile – B’lieve I’m Goin Down…

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

Going nowhere slow

(I’m an Outlaw)

Considerare in una maniera criticamente degna Kurt Vile vuol dire prima di tutto essere consapevoli di ciò che questo cantautore statunitense non rappresenta, si va per sottrazione quindi: quello che rimane, una volta portato a termine il lavoro decostruzionista, sarà il suo effettivo valore, il suo essere irrinunciabile e inconfondibile. Kurt Vile non è Kurt Weill, nessuna canzone composta dal primo è stata mai interpretata da Billie Holiday o è mai finita in One Touch of VenusSpeak Low sì, Pretty Pimpin no; Kurt Vile – anche se si può fare fatica ad accettarlo – non è i The War on Drugs, non lo è più, anche se le convergenze stilistiche lascerebbero pensare che non è così; Kurt Vile non è Kurt Vile & The Violators ma non è nemmeno Kurt Veil stesso. L’autore di Smoke Ring for my Halo, il suo disco maggiormente elegante e denso, fa parte della lunga lista di uomini che non si appartengono, uomini che non si riconoscono mentre si guardano allo specchio… una forma poeticamente riconosciuta del disturbo dissociativo dell’identità:

I woke up this morning

Didn’t recognize the man in the mirror

Then I laughed and I said, “Oh silly me, that’s just me”

Then I proceeded to brush some stranger’s teeth

But they were my teeth

(Pretty Pimpin)

Eccoci subito ad un primo nucleo tematico. Effettivamente è un immagine ricca di significati, che dal caro Vile viene toccata, nella canzone appena citata, con la giusta dose di ironia. Lo specchio è un elemento nucleare, nodale, di gran parte dell’arte contemporanea. Si pensi sopratutto al cinema. Ricordate il film Occhi nelle tenebre? È un film del 1994, diretto da Michael Apted. La protagonista, Emma, una dolce violinista, perde precocemente la vista a causa di un incidente; una volta adulta le viene data l’opportunità di poter tornare a guardare il mondo grazie ad un’operazione scientificamente poco collaudata, ma sicuramente promettente. Poco dopo, al decimo minuto del film, le viene tolta la benda, una volta terminata l’operazione, e, finalmente a casa, corre a guardarsi allo specchio, prima tastandosi freddamente le labbra e in seguito stupendosi del proprio aspetto.

Poi, ovviamente, se dobbiamo citare casi musicali relativi a crisi identitarie come non menzionare la sempreverde (e sempre ambigua) The Man Who Sold The World? Ma in realtà la stessa figura del Duca Bianco è di per sé abbastanza esemplificativa. Visto che ci siamo vediamo anche il caso di un certo Alice Cooper e il suo raccapricciante quanto meraviglioso personaggio Steven (di cui si parla in Years Ago e Steven contenute nell’album Welcome To My Nightmare) confrontandolo con alcuni versi del nostro Vile, citando di quest’ultimo la canzone Dust Bunnies:

Years Ago (A. Cooper)

I’m a little boy

No, I’m a great big man

No, let’s be a little boy

For a little while longer

Maybe an hour?

No Steven

We have to go back now

Isn’t that our mom calling?

Dust Bunnies (Kurt Vile)

Don’t know much about history

Don’t know much about the shape I’m in

There ain’t no manual to our minds

We’re always looking baby all the time

Per chiudere una parentesi relativa alla prima canzone che abbiamo citato, ovvero Pretty Pimpin, forse è il caso di dire un’ultima cosa, ovvero va espresso un giudizio puramente formale sulla struttura rock di questo pezzo: dicevamo che a livello tematico si può parlare, ironicamente, di disturbo dissociativo dell’identità, ma a livello compositivo possiamo riscontrare un secondo problema: si tratta di disfunzione erettile. In realtà si sarebbero potute utilizzare metafore più eleganti come struttura-a-montagne-russe oppure avremmo potuto dire che il pezzo rappresenta un movimento oscillatorio altalenante che non permette alle sue sezioni interne di aprirsi quanto dovrebbero… comunque il senso è uno: quelle buche sonore che si ripetono tra questi versi davvero non riescono a trovare una giustificazione valida: Then Saturday came around and I said “Who’s this stupid clown blocking the bathroom sink?” / All he ever wanted was to be someone in life that was just like / All I want is to just have fun / Live my life like a son of a gun / I could be one thousand miles away but still mean what I say. Il ritornello, invece, è accattivante e piacevole, uno dei momenti più coinvolgenti del disco, sebbene quello che lo contorna non sembra reggerne il peso.

Continuando il nostro percorso – che si sta muovendo tra gli elementi ricorrenti della discografia di Vile – è il momento di citare la vicinanza passionale tra believers e lovers, che per quanto distanti a livello ideale si ricongiungono nell’astrattezza dell’amore (il primo spirituale, il secondo carnale), e lo fanno in diversi periodi della carriera di Kurt. Eccole quindi, queste due categorie, presentarsi per la prima volte nel 2011, in Jesus Fever; poi nel 2013 in Never Run Away; e, infine, nel 2015 in Wild Imagination. In ordine:

But Jesus fever’s falling all over

You believers and lovers

(Jesus Fever)

I’m living all the time, thanks, ‘cause you’re mine

You turn my dying days away

Each day we carry on like believers and lovers

though there are others who would rather run away

(Never Run Away)

I’ll tell you about my past

There’s believers and lovers

And druggers and dreamers

And drunkards and schemers

And I’m afraid that I am feeling much too many feelings

Simultaneously, at such a rapid clip

(Wild Imagination)

A livello lirico le particolarità e i momenti degni finiscono qui. Leggendo i testi sembra di trovarsi a sfogliare un manuale illustrato di vita quotidiana con inserti di forzata vuotaggine (tanto per citare i Marlene Kuntz). Vile quando non sa come terminare un verso, per dargli ritmo e per aprirsi una qualche possibilità metrico-rimica, si diverte a inserire qualche yeah, no, well, yes; sempre meno di quanto gli Afterhours imbottiscano i loro pezzi con parole riempitive come dai e sai, tanto per aggiungere musicalità, ma ogni tanto ha comunque un non so che di stucchevole. Ogni tanto è l’amore a portarci un po’ lontano, in realtà fisicamente solo su un divano, ma la strada per arrivarci non è tanto semplice come potrebbe sembrare:

We gonna live in a house together

With me on the couch and my guitar, singing

“Oh my god I love you, I love you”

(Stand Inside)

Wanna live, wanna live

Live a life like mine

Well I been doin’ it, baby all the time

To do so you gotta roll with the punches

Jump from the sweetest to the toughest of tough love

(Life Like This)

Per quanto riguarda l’aspetto puramente musicale i riferimenti sono diversi e riguardano soprattutto una certa tradizione psych-acid-folk che oggi si fa più evidente, quando, al contrario, in Smoke Ring for my Halo era solo una tendenza ancora nascosta. I’m an Outlaw traccia una lunghissima retta che ha il suo punto d’origine nel 1974: alcuni momenti, alcune sonorità desertiche e secche ricordano la meravigliosa The Calvary Cross della coppia Richard and Linda ThompsonConversano, poi, i momenti maggiormente folk da camera in stile Lambchop con i pezzi dove a prevalere è una certa acidità che ricorda i Purling Hiss (sopratutto se si pensa ai loro momenti più composti e rilassati: Rat Race, Mercury Retrograde, She Calms Down). Lost my Head There potrebbe essere, con un po’ di immaginazione, un pezzo in stile Grateful Dead, sopratutto nei primi due minuti, poi il registro cambia fino a suonare come roba dei nuovi Tame Impala. I due momenti più belli dell’intero disco, ovvero Stand Inside e Wild Imagination, richiamano direttamente gli attimi più puri di Kevin Mordy, però sostituendo alla voce in stile Bill Callahan periodo Smog quella di un più coerente e centrato Neil Young. Il tutto, si potrebbe aggiungere, sotto la benefica supervisione di Tom Petty.

La ricetta così composta, sembrerebbe funzionare, almeno sulla carta. Ci sono molti elementi probabilmente difficili da trovare fuori della produzione di Kurt Vile, a meno che non vengano separati e riportati alla loro origine. L’ex-War on Drugs agisce da pacificatore musicale, portando all’altare impulsi folk-rock di origine opposta. Ogni tanto il risultato è più che convincente, altre volte lascia un certo amaro in bocca, o un senso di incoerenza, esattamente come le birre al vino: la matrice alcolica è identica, eppure le due bevande di cui l’ibrido si compone appartengono a altrettanti filoni differenziati della perdizione, come gran parte dei gruppi sopraccitati. Comunque – tanto per tirare giù un giudizio sommario – ascoltate le prime canzoni, si potrebbe pensare che questo disco non vada lentamente da nessuna parte (per citare quel verso già riportato al comincio: going nowhere slow). Forse però  non è del tutto così. Ma B’lieve I’m Goin Down… non va nemmeno completamente rivaluto per quei gioielli sul finale. È un disco modesto, un’opera a cui Kurt Vile ci aveva già abituati dall’inizio della sua carriera. Ad oggi sembra difficile immaginarsi uno sboccio del nostro cantautore ma sicuramente continuerà a farci affezionare alla sua musica, al suo stile sbolinato e scalcagnato che tanto ci piace.

Alla fine è rimasto qualcosa?