Lana Del Rey – Honeymoon

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

Se gli altri album di Lana del Rey non vi sono piaciuti allora state lontani anche da questo nuovo “Honeymoon”. Musicalmente e concettualmente il mondo di Lana è perfettamente conservato all’interno di una campana di vetro fatta di Rolls Royce, drink Martini e abiti Ferragamo. Sono sempre più convinto che il prodotto che si è creato attorno alla sua figura sia geniale, unico e (forse) irripetibile: i meravigliosi anni ’60 di Robert Altman, un grazioso aperitivo – mai troppo esuberante – in compagnia di Marilyn e Audrey, Il buio oltre la siepe e Il Giovane Holden sempre sul comodino.

La sua intrigante iconografia è fatta di continui mash-up che creano corto-circuiti con due storiografie parallele che solo nel suo caso trovano un punto di intersezione; l’intero apparato visuale sembra non aver mai oltrepassato il 1967, le villette in stile impero si affacciano costantemente sulla Mulholland Drive, gli appartamenti terrazzati, invece, rimangono sulla scogliera. Gli invitati alle feste sono spesso di colore e vestono streetwear. Eppure la più grande icona ai tempi dei più duri dimenticatoi creati dal web, pare non aver la minima idea di cosa sia il rock’n’roll.

Sì perché la musica ribelle non è mai entrata nella sua vita, e neanche i basettoni o i caschetti dei Beatles. Anche se udiamo nei testi citazioni che spaziano da “Hotel California” a “Light My Fire”, difficilmente sentiremo un folk-rock da road movie o il blues ubriaco e infiammato dell’Alabama: benché lei parli di boss cattivi che cantano il blues e il jazz o di ragazzi che rappano, tutto ciò è visibile al di là di quella coltre di vetro in cui si rifugia. Tutto è ancora fermo alle colonne sonore dei film di Lynch, di Johnny Davis e James Horner, della Walt Disney – principesse lontane dimenticate dai flaconi di xanax.

Art Deco” è uno degli esperimenti meglio usciti da questo “Honeymoon”: le piccole vibrazioni delle percussioni, totalmente ovattate e sgranate, ci gettano nella Bristol dei Portishead, ovviamente senza alcun accenno alla black-music degli ultimi 40 anni o all’elettronica. Lana rimarca la sua coerente diacronìa, manifestazione senza tradizione.
Eppure sembra che basti davvero un nonnulla per innalzare i brani verso la qualità, “Salvatore”, per esempio, ci lascia alcune delle migliori armonie vocali (nonostante le ammiccanti e imbarazzanti rime “I’m in regine – tangerine dreams”) innescate semplicemente da un gioco di archi. Anche “Blackest Day” è valorizzata da un concreto corpo sonoro fatto di ottime melodie, micro-effetti che costellano le sovrapposizioni vocali, accenni di synth e una perfetta costruzione cinematografica del brano. Analoga piacevole costruzione, nella più drammatica “Swan Song”: peccato che per trovare la qualità bisogna addentrarsi un bel po’ nell’album – fatta qualche eccezione tipo “Terence Loves You”.

Come in “Born to Die”, quindi, il canovaccio di Lana rimane pressoché identico, con diverse varianti sul tema che però non vanno ad arricchire contesti già ampiamente sviscerati. Le distanze da “Ultraviolence” sembrano invece incolmabili, ma la nostra eterna illusa ed innamorata, non perde l’occasione nemmeno in un brano per sottolineare quanto ama il suo amato:

«Non oserei mai cambiarti per quello che non sei, anche se quando ti ho perso ho perso me stessa.»

E ancora:

«Vivo per amarti e amo amarti; non c’è oro che valga come l’amore o la limonata, come il sole ed i giorni d’estate. Ma in ogni caso è tutto un gioco per me. Io so quello che solo le ragazze sanno: le bugie possono comprare l’eternità.»

«Quando sono inginocchiata, tu sei chi prego.»

Eppure, nonostante un personalissimo approccio a “Don’t Let me be Misunderstood”, quello che Lana sembra nasconderci è una discreta mancanza di idee. Un passo indietro, soprattutto rispetto al lavoro precedente.