Cheatahs – Mythologies

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I miti sono le colonne portanti di ogni civiltà. Semi piantati nel profondo, in quel non luogo collettivo dove pare che l’immaginario radichi le sue viscere – ma volendo ci sono anche degli appositi dizionari in libreria, in edizione economica. E i miti poi, si sa, sono come i culti: a ognuno il suo. Lo stesso vale per la musica. Ad esempio c’è un mondo, fuori dall’Italia, salvo rarissime eccezioni, vedi alla voce Cosmetic, che crede ancora al mito dello “shoegaze”. Parliamo, con le dovute proporzioni, di ristrette minoranze, almeno credo. Ma è pur sempre meglio di certi nostri revival anni ’90. Fa niente Italia, sarà per il prossimo Big Bang.

Onorati i preamboli, veniamo al gruppo in esame. Si scrive “Cheathas“, ma si legge “Citazione”. L’oracolo di Wikipedia ci dice che vengono da Londra. E hai detto niente, visto che dal Regno Unito è uscita gente come Ride e Slowdive. Entrambi gruppi senza i quali, sia detto per inciso, lo spettro sonoro dei Cheathas non avrebbe ereditato alcun soffio vitale, alcun seme, appunto. Stesso discorso vale per gli irlandesi My Bloody Valentine, il cui “Loveless” a tratti viene ricalcato in maniera pressoché imbarazzante.

La questione adesso è: nell’aggiornare i suddetti archetipi, il gruppo è anche riuscito ad eguagliargli, in termini di intensità, o di potenza evocativa? Davvero un’ardua questione. Ma veniamo al disco. Innanzitutto va detto che “Mythologies“, il secondo album della band, si manifesta alle nostre orecchie come un vero e proprio tempio del riverbero, del tremolo, del delay, del reverse. Insomma, di tutto quello che contribuisce a rendere un suono “vagamente fantasmatico”. E c’è da immaginare, a questo punto, che le colonne del tempio che figura in copertina siano proprio i grandi gruppi della scuola shoegaze. Quasi certamente. Ma le canzoni? Come sono queste canzoni?

Se gli stop & go di “Freak Waves“, o il fumo artificiale in cui si dimena “Colorado“, sembrano essere i momenti in cui la band assolve meglio al suo intento di “farsi fantasma” di un’epoca collocabile fra gli albori dello shoegaze fino alla morte del grunge, questa è solo un’impressione. Anche perché, detto fra noi, le canzoni sono tutte un po’ uguali. Ma il problema vero è un altro, e sorge quando il confronto con gli archetipi di cui sopra si fa non dico impietoso, ma quantomeno impari.

Non arriviamo all’abominio perpetrato dai Wolfmother ai danni dei Led Zeppelin, no di certo, però la sensazione è che qui siamo difronte ad “epigoni di alto livello”, e nulla più. E la potenza evocativa di un Neil Halstead, che pure fa capolino nel singolo “Signs to Lorelei“, non si rivela, non strega, non incanta. Perché, semplicemente, Neil Halstead qui non c’è. Comunque, al termine di “Mythologies“, rimangono più luci che ombre. L’ascolto coinvolge, pur senza conquistare. E lo pseudo-madrigale sul finale di “Reviere Bravo” chiude il disco su una nota ieratica, suggestiva.

Infine, un consiglio agli amanti del genere, come me del resto: andatevi a recuperare i “Pure Saturday“, sconosciuta band indonesiana approdata alle stesse conclusioni dei Cheathas molto tempo prima, con molti meno mezzi, meno seguito, meno tutto.