Girl Band – Holding Hands With Jamie

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

Prima impressione, del tutto personale: la copertina del disco, vista sullo schermo del pc, rievoca, così a colpo d’occhio, una delle quattro facciate, tutte identiche, del Palazzo della Civiltà Italiana, situato a Roma nel quartiere Eur. Una specie di grattugia piovuta dal cielo, in vista dell’E42: l’Esposizione Universale Romana, di epoca fascista, che mai fu inaugurata. Anche perché, si sa, il vero Expo Mussoliniano fu a Piazzale Loreto.

Quanto all’edificio, c’è davvero chi lo chiama “Colosseo Quadrato“, mentre io continuo a preferirgli la grattugia, che a Roma fa pensare subito al pecorino, ma anche a tutto ciò che logora, che sbriciola, che manda in cenere le cose.
Ed ecco il nesso, cercato forzatamente, lo ammetto, col disco dei Girl Band, intitolato “Holding hands with Jamie“, esordio sulla lunga distanza del gruppo dopo l’E.P “The Early Years”. Il nesso è il seguente: un monumento, sempre e comunque tardivo, al colabrodo della distruzione. Un blocco di marmo e di cemento crivellato di archi, che sembrano zeri, o colpi messi a segno dal tempo, tanto per citare Zeichen. Ma non fa male, come direbbe Rocky. E qui sta la magagna. Non fa più male. Anzi, diverte. Anzi, rassicura. Anzi, c’è da scommettere che  potrebbe fare tranquillamente la parte del sottofondo di lusso, in qualche festa di compleanno & affini. “Mica male ‘sta band, hai sentito?” “Sì, carina. Che mi passi per favore i rustici?”.

La band irlandese spalanca le porte di questi 38 minuti all’inferno – si fa per dire – presentandoci quello che poi si rivelerà l’assoluto protagonista del disco: l’elemento ritmico, più precisamente quello percussivo. Perché è noto che i nichilisti amano usare il martello. Peccato che, nelle nostre infinite notti musicali, afflitte da reflussi gastrici e retromaniacali, brani come l’apripista “Umbongo“, schizofrenico e scisso come da manuale, siano il nostro omino del Gaviscon, e non l’acido che ci corroderà lasciandoci insonni, o dentro nuovi sogni terribili. Ad ogni modo, la sezione ritmica confeziona un pregevole, ma non prezioso, compendio di Tritura & Sminuzzamento, mentre il resto dello spettro sonoro se ne va a caccia di rumori e di ultrasuoni, con fin troppa padronanza, e fin troppi debiti. Candidate al riascolto, assieme alla succitata “Umbongo“: “Paul“, “Pears for lunch“, e la conclusiva “The Witch Dr.

Debiti, dicevamo. I debiti son tanti: dal post-punk dei The Fall al post-hardcore più oscuro del Guy Picciotto versione Happy Go Licky, senza contare i Sonic Youth, quelli di trent’anni fa, ma anche la ferocia industrial degli Arab on Radar. E chissà cos’altro, da pescare in mezzo a decenni di autopsia e di banchetto sul cadavere della forma-canzone. Così anche la voce suona indebitata fino al collo: fra un Mark E.Smith duplicato, uno sbadiglio stonato alla Chino Moreno (Deftones) – nei pochi momenti di (relativa) calma –, ed un pizzico di David Yow (Jesus LIzzard), che non guasta mai. Recita lo sponsor di un prodotto antirughe: “La bellezza non ha età”. Gli fa eco, in streaming, una traccia di “Holding hands with Jamie“, chiamando in causa però l’esatto opposto.

Un disco bello, per carità, questo dei Girl Band, quasi bellissimo, proprio perché artisticamente si nega ogni erotismo, ogni afflato. O meglio, vi rinuncia quasi del tutto. Un disco rigoroso, quindi. Tanto rigoroso da suonare manierista e un po’ falso. O poco autentico, se preferite. Forse addirittura compiaciuto nel suo stuprare sistematicamente, e dunque per finta, la struttura-canzone.

Per concludere, non so se sia l’errata percezione di un dopo-storia musicale da parte del sottoscritto, e quindi anche l’errata percezione di un “prima”, a minare la visione d’insieme, dello specchio in frantumi, e con essa il sentimento soggiacente, che resta incompreso, o peggio ancora frainteso, mal definito. Magari è solo uno sbaglio di valutazione, ma questo revival post-punk, tutto clangori e furori, e (de)strutturato a dovere, è prevedibile come un giro di do intorno a un esile fuoco, sulla spiaggia di dove vi pare, di quando volete voi: ieri, oggi, domani. Volendo anche mai.