Farao – Till it’s all Forgotten

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Kari Jahnsen è la giovane fata che si nasconde dietro al moniker Farao. Anche se domiciliata a Londra, la sua residenza oscilla fra Norvegia — terra a cui è fortemente legata e lo si sente chiaramente dopo un fugace ascolto della sua produzione musicale — e Islanda — il posto che le fornisce i paesaggi mozzafiato per i suoi videoclip.

Del resto, la Norvegia è da sempre terra d’incredibili e sconfinate emozioni musicali, che incarnano perfettamente il concetto romantico di sublime. Basti pensare all’infinito mondo del blackmetal, ai Turbonegro, a Lene Marlin e ai Röyksopp e basti pensare anche che tutti questi artisti, in un modo o nell’altro, hanno qualche altro artista di mezzo che li connette.

Il primo EP targato Farao non è dissimile da altri connazionali progetti che si muovono sulla stessa levigata onda: penso alla giovane e sorprendente Auroa Aksnes, i promettenti Highasakite, e la più electro Sea Change. La nostra Kari invece si sposta a Londra e decide di infarcire le sue soffuse tonalità con rumorismi tribali contemporanei, interferenze glitch: le prime impressioni di una giovane nordica che prende confidenza con la metropoli.

Già dalle prime note di “TIAF” ci accorgiamo che le delicate movenze dell’EP d’esordio sono state abbandonate in favore di sovrapposizioni vocali decisamente björkiane, costellate da synth e delay percussivi. Più circoscritto è il singolo “Bodies”, dove una perfetta linea vocale viene disturbata, con cognizione, da ritmi sghembi e piccole dissonanze di chitarre e strumenti a fiato. Carinissimo il video corredato dove, in perfetto stile nordico, distaccato ma toccante, si parla di una neo-complessa relazione fra due giovani amiche. Non siamo vicini alle costruite schizofrenie di Hanne Hukkelberg o ai deliri dell’ultima Jenny Hval ma, piuttosto direi di trovare punti in comune con la carriera della veterana Kari Rueslåtten.

Ma alla nostra Kari piace sperimentare e differire: così “Hunter” strizza l’occhio a una sorta di Lana del Rey in stile country, “Maze” gioca solo fra piano e rimbalzi vocali, “Feel” è un esperimento vocal-noise un po’ alla Emiliana Torrini e “Anchor” si butta sulle malinconiche atmosfere urbane. Benché siamo ancora lontani da un certo R&B contemporaneo, avvolgente ma distante (vedi quel genio di Banks), questo Till it’s all forgotten è un gioiellino che mantiene viva quella tradizione electropop norvegese dedita alla scoperta di nuove sonorità. Lasciatevi quindi avvolgere dalla fragile e suadente voce di Kari e dai suoi solleticanti disturbi musicali, fatelo con tutta la calma del mondo.