David Bowie – Blackstar

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Si chiudono gli occhi. Si apre il sipario. Ma su cosa di preciso? Perché il revival occupa poco, pochissimo spazio fra le tracce di questo disco. Perché il testamento di Bowie, così verrà ricordato “Blackstar”, non è una summa di ciò che è stato. Non è un greatest hits sotto mentite spoglie. Bensì un salto nel vuoto, nel buio della morte, con un bagaglio zeppo di idee.

Cade nel nulla, Bowie. Lo fa dal primo istante dell’album. La valigia si sblocca, e le idee cominciano a uscire, a galleggiare nell’aria, mentre lui scompare, nell’abisso di chissà cosa, di chissà dove.

Vien quasi da ridere, vedendo i Tg nostrani, costretti d’ufficio a mandare in onda l’inquietante, e commovente, videoclip di “Lazarus”. A travasarcelo in casa. Ma chi glielo doveva dire, ai fruitori di ben altri sponsor musicali, che sarebbe arrivato quest’oggetto perturbante. Roba da mandarti i rigatoni di traverso. Stilisticamente, è forse il brano meno audace del disco. Ma è anche il più amabile. Col suo incidere dark, e la voce di Bowie che mozza il fiato, il nostro, e sembra abbattere le barriere del tempo, dello spazio, diventando puro spirito. Anzi, togliete il sembra. Lo fa e basta. Senza per questo rinunciare all’autoironia, tirando in ballo, nell’atto di estrema preghiera, la sua vita da re a New York, il suo sguardo a caccia di fondoschiena, e i soldi buttati al vento. In attesa di trascendere.

Ad inaugurare la danza macabra, lo stesso brano che dà il titolo al disco. Un’elegante suite, lunga dieci minuti, con ouverture in minore, una sezione centrale in maggiore, e in conclusione una ripresa del tema iniziale. Ma non è così semplice. Perché dentro c’è di tutto. Dalle sincopi elettroniche alle ballate del passato. Quello più lucente. E poi archi, synth, dissonanze. Modulazioni, svolte ritmiche. Ma il tutto disteso, diluito. Un brano che ha la solennità di un sole che risorge.

A parziale conferma del fatto che Bowie, come Scott Walker, era andato in “Tilt”, ci sono “‘Tis a pity she was a whore” e “Sue (or In a Season of Crime)”. Altrove già pubblicate. E qui riarrangiate.
E se “Dollar Days” ha l’andamento di un automa jazz, ma con indosso una maschera che riproduce le fattezze dell’uomo di un tempo, la toccante “I can’t give everything away” pone l’ultimo epitaffio. Ogni discorso, riguardo il testo della canzone, risulterebbe pleonastico.

Sia chiaro, “Blackstar“, nonostante i clamori e la durata non eccessiva, rimane un’opera difficilmente avvicinabile. E già questo è motivo di vanto. Può non piacere, per carità. Ma come gesto conclusivo, come big bang di fine carriera, merita quantomeno un applauso, una lacrima, qualcosa. In questa sede, ci limitiamo a dire che è un disco complesso, stratificato, da sviscerare volta per volta. È un disco che si fa carico, in potenza, di tutto il passato, dei suoi simulacri, e li rimodella, proiettando la ripetizione nell’orizzonte della differenza. Insomma, riesce nell’impresa che per molti è impraticabile. Più o meno per tutti.

POST SCRIPTUM

Inutile dire che andarsene con questo disco, con la calcolata certezza del boom commerciale, sa di sberleffo alla faccia dell’odierna industria culturale di massa. E cosa faranno gli acquirenti delusi, tratti in inganno dall’hype del decesso? Torneranno forse da MediaWorld, armati di scontrino, reclamando per un rimborso? Già li vediamo affranti, in fila alle casse, per avere indietro le loro vite, ormai certi che “Blackstar” sia solo uno scherzo di cattivo gusto. Qualcosa che in macchina non canteranno mai.

Semplice, si aspettavano “Life on Mars”. E già sarebbe un miracolo. Ma si sono ritrovati “Life on Mors”. E la pietanza non gradita, molto presto, farà ritorno in cucina. Quanto ai clienti, resteranno a bocca asciutta, intristiti dalla portata finale. Un po’ come Philippe Noiret, che ne “La Grande Abbuffata”, film capitale sul tema della grande mietitrice, chiede indispettito allo chef Ugo Tognazzi: “E il pasticcio? Dov’è il pasticcio?”. “La vita è un pasticcio”. Gli risponde lui.