The Winstons – The Winstons

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Oggi fate festa. Che sia un giorno di giubilo. Attenzione, non di giubileo. Rollatevi un Joint. O anche più di uno. E se proprio non volete, fumatevi un pacchetto di Winston. Compratelo da una banda di scarafaggi, purché abbiano acconciature beat. Oppure uscite di casa. Ma mettete bene i piedi, ché sul pianerottolo hanno appena passato il fluido rosa. Raggiungete il distributore. Una macchina morbida, mi raccomando. Fatto? Adesso tornate a casuccia. Tranquilli, se abitate al tredicesimo piano, gli ascensori vi faranno volare. Aprite le porte, col portachiavi del Re Lucertola. Lasciate che oscilli. Siete dentro? Perfetto, rilassatevi. Stendetevi su un tappeto di organi elettrici. Leggetevi i Racconti di Canterbury. Ma soprattuto, ascoltatevi l’album dei The Winstons. E spolverate la camicia a fiori.

Sparatelo a tutto volume. Possibilmente, con un giradischi Calibro 35. E se non ne avete uno, chiedete a Enrico Gabrielli, ma quando sarà atterrato, ché adesso è in missione in cielo, nello spazio, per dare la caccia a Lucy che è scappata coi diamanti. Ma come, non avete sentito “S.P.A.C.E”? Più che un disco, un poliziottesco anni ’70 girato su Marte, e montato a Cape Canaveral. E anche qui, in questo album, in questo self-titled, pare di muoversi in uno scenario di fantascienza, fra astronauti che scorrazzano sul “Pianeta Proibito” e vinili formato U.F.O.
Però state in guardia: mentre ascoltate il disco, infatti, si presenteranno tre uomini alla vostra porta. Chiedete i loro documenti. Se i nomi non corrispondono alle facce, allora è tutto regolare. Loro sono Enro, Rob, e Linnon. Altrimenti noti come i fratelli Winston. Voi non fate niente. Giocate al morto a galla, sul mare di frequenze. Al resto penseranno loro.
I tre re, invece di oro, incenso e mirra, vi doneranno un’oasi di canzoni. “Play with the rebels”, ad esempio, vi ricorderà come un basso discendente, montando sulla scala maggiore, possa spedirvi in orbita. E quando arriva “A Reason for Goodbye”, chiederete il bis, temendo sia un addio. Ma sarete solo a metà dell’orgasmo. A un certo punto, sentirete anche parlare italiano, e dei cani che abbiano. Ma sarà l’effetto degli allucinogeni. E quando questo “Viaggio nel suono a tre dimensioni” avrà avuto fine, gli ospiti vi saluteranno in lingua giapponese, levando le maschere e svelando i loro nomi.

All’Organo e al Fender Rhodes: Enrico Gabrielli, di ritorno dallo spazio, e ancor prima invischiato in un ectoplasma d’eccezione, ovvero “Fantasma” dei Baustelle. Al basso elettrico: Roberto Dellera, o dell’era psichedelica se preferite, eroe della “Padania” e degli “Afterhours”. E infine Lino Gitto, batterista capace di dar corpo a questo sogno, perso fra i fumi di un’altra epoca. Ma stavolta è diverso. Stavolta oggi, davvero, sembra ieri.
Ringraziateli, e poi scusateli, se non si fermano per cena. Devono partire verso nuove avventure. E che si può fare, dunque, per uccidere la noia? Il consiglio è di continuare a fumare, ed ascoltare questo disco, magari guardando “Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson, oppure “Il Grande Lebowsky”, che non guasta mai. O magari, per essere più filologici, “Cinque bambole per la luna d’agosto” di Mario Bava.
Oggi il tempo non esiste. E anche se fosse, affari suoi.