Buñuel – A Resting Place For Strangers

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Quando decidi di mettere insieme una band i cui componenti sono Eugene S. Robinson degli Oxbow, Xabier Iriondo degli Afterhours, Pierpaolo Capovilla e Franz Valente de Il Teatro degli Orrori, con la supervisione di Giulio Ragno Favero e di chiamarla Buñuel, il low profile non è decisamente l’ambito in cui ti stai muovendo; ed è in fin dei conti comprensibile che molti alla notizia di questo disco abbiano storto il naso. Ma se si riesce a superare quella sana diffidenza verso prodotti così pomposamente impacchettati, ci si trova di fronte a un disco assolutamente privo di qualsivoglia logica “paracula”, segnato invece da una sana esigenza di esprimere pulsioni artistiche anche piuttosto indomabili.

L’idea di dare vita a questa creatura sui generis e un po’ anomala nel panorama rock italico parte dal desiderio di mettersi a giocare con sonorità più urticanti da parte di Franz Valente e Piepaolo Capovilla, la cui ispirazione negli ultimi tempi si è rivelata essere nettamente prolifica: solo un anno e mezzo fa dava alle stampe il suo primo (spiazzante) disco solista, per poi tornare subito dopo a lavorare con il Teatro degli Orrori mentre già si concretizzava il progetto Buñuel.

Il nome in origine doveva essere un altro, Los Olvidados, sempre in omaggio al grande regista spagnolo (naturalizzato messicano) e a una della sue pellicole più famose, quella che parla di figli della violenza: e di violenza in questo disco A Resting Place For Strangers ce n’è tanta, strisciante e sinistra fin dalla prima paurosa traccia, “Cold Or Hot”, che mette subito le cose in chiaro rispetto a ciò che attenderà le nostre orecchie nei successivi trenta minuti scarsi. Ma bastano i primi due brani e capiamo fin da subito che si tratta di una delle produzioni più interessanti uscite in Italia negli ultimi mesi, sebbene non dotata né di tratti di originalità spiccata né di un peso specifico tale da essere considerata imprescindibile.

Le coordinate sonore sono presto dette, a partire dai Jesus Lizard, dai Big Black e da tutto ciò che abbia ruotato nei nineties attorno all’orbita Touch and Go; con quell’Hardcore serratissimo, velato di stoner e industrial, a cui la voce di Robinson conferisce un tocco infernale — e con gli stessi One Dimensional Man a proiettare le loro ombre sullo sfondo, depauperati però di lirismo e combattività. Il mood che pervade infatti questa nuova creatura è un espressivismo esasperato di urla e rabbia, violenza e liberazione, ritmi ossessivi sparati a velocità inumana fini a loro stessi: una sorta di estremismo per l’estremismo, a dar vita a una forma musicale atta esplicitamente a spalancare varchi verso l’abisso.

Divertissement artistico senza calcolo o mossa studiata a tavolino? Progetto a lungo termine o estemporanea follia? Non sappiamo dirlo, di sicuro ciò che ci rimane dopo l’ascolto di A Resting Place For Strangers  sono orecchie sanguinanti, atmosfere oscure e un’esperienza fuori dall’ordinario, a scoperchiare demoni e paure troppo a lungo lasciati tacere. Per parafrasare l’azzeccato titolo, un luogo dove possano trovar dimora gli spiriti che si sentono stranieri. E in Italia di questi tempi non è cosa trascurabile.