I Cani – Aurora

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Avrei dovuto recensire il nuovo e attesissimo album de I Cani, ma non ho fatto in tempo. Perciò ho deciso di subaffittare la recensione al mio fraterno amico Marco Palomba, che ha seguito la band fin dagli esordi. E questo è il risultato. Buona lettura.

La recensione di “Aurora”, a cura di Marco Palomba

E insomma, cioè, fondamentalmente, in sostanza, c’è questa cosa che nel mondo stiamo incasinati. Ma incasinati forte. Cioè, che tipo viviamo in simbiosi con l’internet. Cioè, che tipo troviamo di tutto sui motori di ricerca ma non troviamo il nostro place on earth, e tanto meno la pace in noi stessi. Ma quella pace che tipo ti fa stare in pace. Tipo l’atarassia. E non l’ossessione compulsiva da social che: mortacci tua mi devi sempre dire che fai. È un casino insomma.

Io, ad esempio, andavo al liceo con quest’amico mio pariolino che era pure lui incasinato una cifra, ma incasinato che tipo mi raccontava delle sue serate sfascione; e poi di botto c’ha avuto una mezza crisi mistica che alla fine voleva aprire un beach-bar ai Caraibi.

E poi c’era quest’altra amica mia, sempre pariolina, che era tipo una fashion victim fracica, e noi verginelli sbavavamo pensando a lei senza renderci conto della sua deep sadness. Cioè che tipo, fondamentalmente, i nostri sguardi reificanti la incupivano manco fosse un “Baby Soldato”. E pareva dirci: “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”. Ma noi Sanremo l’abbiamo sempre schifato e perciò non capivamo un cazzo.

Poi c’era quest’altro amico mio che faceva il rappresentante d’istituto al Liceo “Lucrezio Caro”, e da pischello se la tirava tipo una cifra, ma poi con gli anni si è ingrigito facendo un lavoro senza “Glamour”, e se prima parte dei soldi li spendeva in assoluta allegria, poi ha capito che dentro al cuore c’aveva “Il posto più freddo” del mondo. E passava queste serate meste interminabili a comporre poesie sull’astronomia e a dirci che c’aveva i geloni, che tipo dopo un po’ non l’abbiamo più cercato, e anzi ci siamo fatti cancellare la memoria come in quel film con Jim Carrey per scordarci pure il suo nome, dove abitava, e tutto il resto.

Però, quando uscì “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, che si chiama proprio così, pure ai plebei periferici e rosiconi come noi sembrava un mezzo miracolo, cioè che tipo, insomma, fosse venuto qualcuno a restituirci il maltolto della giovinezza che sfioriva nei middletwenties, e ci veniva quasi voglia di tornare a Piazza Fiume, per provarci con le ragazze aristofricchettone che andavano al Liceo Tasso, e che regolarmente ci snobbavano in modalità “Aiuto, un lebbroso!”.

Le terre irredente dell’adolescenza, a farla breve, si ricomponevano sotto i nostri piedi come una pangea da ginnasiali. Ma era solo un’illusione. Un gioco di ombre cinesi al crepuscolo. Poi è arrivata l’Aurora.

Niccolò Contessa, il cantautore, la mente dietro il brand targato “I Cani”, già col secondo album ci aveva fatto capire che la musica non poteva, non doveva restare la stessa. Perché i pariolini manent, ma l’adolescenza volat. Perché il mondo non finisce a Roma, tantomeno a Roma Nord. C’era già aria di “coming of age”, seppur in ritardo. E poi un giorno mi è parso di vederlo in streaming, mentre tesseva le lodi dell’ultimo album dei Baustelle su Radio Città Futura. Ero d’accordo con lui, pensa un po’. Perché per me Bianconi è l’ultimo vero romantico. E infatti questo, finora, è il più danzereccio ma anche il più baustelliano dei dischi canini. Cioè che tipo c’è proprio il “Fantasma” di Bianconi che aleggia su tutto l’album. Cioè che tipo mescola l’alto e il basso. Cioè che tipo mette insieme il culo e la fica, letteralmente, col buddismo, e la teoria del tutto, e la materia oscura, e l’amore ai tempi della finanza, e la società liquida senza più liquidi in tasca, e le citazioni postmoderne dei film, addirittura del cinema Orro, (termine rubato dalla “Morelli’s movie guide” n.d.r).

Insomma, se Bianconi citava “Antropophagus”, Contessa ti cita “Buio Omega”, che è sempre di Joe D’Amato e parla tipo di necrofilia. E fin qui tutto bene. Infatti lo decontestualizza a dovere ridandogli senso e qui “Buio Omega” sta proprio per nulla inteso come fine dei tempi barra dissolvenza. E pure quando Niccolò canta “vuoi il culo o la fica?”, pare di sentire Bianconi che nel brano “Il Nulla” dice: “Solo bocca quanto vuoi?”. Ma tipo che l’effetto è proprio uguale. Applausi.

E poi, a proposito di citazioni cinefile barra cinofile, ci scappa pure un richiamo ai cosiddetti “mondo movies”, nella fattispecie “Mondo Cane” di CavaraProsperi e Jacopetti (Capito, si? I Cani, “Mondo Cane”, che forza!)

Comunque c’è da dire che in questo disco ogni tanto si balla. Si balla perché ci stanno i synth che fanno la dance e ci sta il basso elettrico che fa il groove. Poi alla voce ci sta una specie di Leopardi ma senza le skills di Leopardi. E infatti nel disco si parla tanto del nulla. Si parla tanto di sparire. Tanto che l’ultima traccia si intitola proprio “Sparire”.

Il problema è che il disco melodicamente è un po’ una lagna. Il problema è che al prossimo che se ne esce con “sembra Battiato” gli indico il Tevere dicendogli: “Quella è la porta”. Il problema è che le canzoni migliori sono i primi tre singoli estratti, purtroppo. Insieme alla strumentale “Ultimo mondo”, ma questa è un’altra storia.

Innegabile il salto di qualità in termini di produzione. Come anche innegabile è il coraggio dell’autore di sganciarsi del tutto dallo stile, a metà fra il synth-pop casalingo e il punk, che l’ha portato al successo. Peccato che a latitare sia la materia narrativa. E l’interpretazione vocale monocorde, che in passato era un punto di forza, qui non aiuta affatto. Anche perché la nuova veste, i nuovi arrangiamenti elettronici, dapprima stupiscono, ma col passare dei minuti si fanno solo ripetitivi. Già “San Lorenzo”, presente sul precedente “Glamour”, diceva tutto. Allora, leggendo la tracklist di primo acchito, uno s’aspettava qualche spaccato della movida tossica dei fuoricorso e dei fuorisede a Piazza dell’Immacolata, nella frazione del quartiere Tiburtino detta appunto San Lorenzo. E invece la canzone parlava della “Notte di San Lorenzo”. In pratica, t’aspettavi l’università, e invece lui ti parlava dell’universo. Una scesa, come diciamo a Roma, una grossa scesa. Peggio delle stelle cadenti.

E così, questa tanto sospirata “Aurora” si consuma fra un “Cantico del gallo silvestre” privo dell’esiziale ironia leopardiana, e una “Estinzione della razza umana” priva dell’esiziale ironia bianconiana. E poi ci sta ‘sto fatto della fine, l’ho già detto, che proprio permea ogni secondo del disco. Ma che tipo ci sta un brano che s’intitola “Non finirà”, ed è allegro, e poi ce ne sta un altro che invece s’intitola “Finirà”, ed è triste. E insomma, va bene che dovremmo abituarci, benché sia impossibile, all’idea del Nulla Assoluto, ma per farlo non era necessario passare attraverso gli Zero Assoluto. Tutto qui.

Post Scriptum:

Diceva Lucrezio che non dobbiamo aver paura della morte perché quando moriamo muore anche la paura. Io a ‘sta cosa non c’ho mai creduto.