Dade City Days – “VHS”

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Se ti dicessi di andare in cantina, di scendere giù, a recuperare il videoregistratore, quello che hai sepolto, in mezzo a chissà quanti ricordi, ma che non sei mai riuscito a buttare, insomma, se ti dicessi di andare giù, lo faresti?

“VHS”, opera prima sulla lunga distanza dei Dade City Days, si presenta da subito come una fortezza estetica difficile da espugnare. E se da una parte offre all’ascolto una veste fenomenica capace di connettersi coi sensi, e coi sentimenti, di chi sogna fissandosi le scarpe, dall’altra occulta all’interno della medesima veste, complice il missaggio delle voci, un doppiofondo criptico, fatto di liriche in cui si agitano gli spettri di Schiele, di Pollock, e di altre citazioni che vagano nella pioggia di rumore. Come briciole di senso perduto.

“Sarà sempre più difficile
 riconoscersi simili
 oltre lo schermo”

(“Polaroid” – Dade City Days)

Se musicalmente il gruppo recupera dalle macerie del tempo una certa aura shoegaze, anche grazie a una conoscenza enciclopedica del genere, a livello lirico sembra invece lavorare sulle rovine del senso, tanto che alcuni passaggi richiamano alla memoria, senza dover scomodare i Verdena, certi esperimenti della poesia italiana d’avanguardia a cavallo fra gli anni ’60 e la fine dei ’70.
Il riferimento all’attrice Jean Seberg, ad esempio, è inserito in modo tale da dialogare, non so se volontariamente, con la poesia “Film Stars” di Valentino Zeichen, in cui l’icona di Jean Seberg sfreccia parallelamente affianco di quelle, altrettanto sfortunate, di Anna Karina e Francoise D’Orleac. Qui ne riportiamo giusto il finale.

“Gli occhi smettono il vistoso technicolor
  e come prescritto indossano
 il virtuoso lutto del bianco e nero”

(Film Stars – Valentino Zeichen)

Ovviamente, fin dal nome del gruppo, e della stessa canzone-manifesto presente in scaletta, è la città di Dade City in Florida, città dove si svolsero alcune delle riprese di “Edward Scissorhands”, ad imporsi come attrazione principale del “Luna Park” di “VHS”. E a proposito di “Luna Park”, l’omonima canzone, fra parentesi l’unica in cui la bassista Gea Birkin sottrae lo scettro del microfono al cantante Andy Harsh, è anche una delle più riuscite, se vogliamo delle più ballabili.

Questo per dire che nel disco, oltre agli echi romantici degli Slowdive (vedi la micro-sezione rallentata di “Slow Motion”, quasi una “So Tired” riassunta in trenta secondi), c’è anche una forte componente elettronica e dark-wave, che trova il suo apice nella scatenata “Preghiere & Decibel” e nel brano d’apertura, intitolato “Jukai”.

Ad ogni modo, più che in un film di Tim Burton, questi ragazzi venuti da Bologna, con la loro musica, sembrano trasportarci fra le mura di un film di Gregg Araki. Preferibilmente nella Los Angeles di “Nowhere”, o negli incubi alieni di “Mysterious Skin”, lì dove riecheggiano le note dei Lush, dei Catherine Wheel, e naturalmente degli Slowdive. E anche qui, riaffiorano stralci di fanzine andate perse, e immagini mandate in onda a tarda notte, ora reperibili su youtube. Quel gusto per la dissoluzione, quel mondo audiovisivo che amavamo, è stato rievocato. E sapete che c’è di nuovo? Lo amiamo ancora.

Proprio come amiamo “Polaroid”, cuore pulsante di tutto il disco. Un brano, questo, che è pura magia. Forte di un videoclip girato, giustamente, in una Roma fantasmatica, quasi deserta, fra Trastevere, Villa Borghese, e Piazza Mincio al Coppedè, lì dove Dario Argento ha realizzato una sequenza del suo “Inferno”. Tanto per restare in tema di spettri, di videocassette, e di percorsi iniziatici.

Alla fine ci siamo andati giù in cantina, nella tana dei nostri ricordi, stracolma di vecchi vhs. Un po’ come fa il protagonista di “I REC U”, il bel lungometraggio di Federico Sfascia. L’unica differenza è che sui nastri c’era incisa una dolce cantilena shoegaze. Per il resto, anche noi abbiamo trovato una voce amica. E una mano che ci afferrasse, prima di cadere.