Deftones – White Pony

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«Ci sono molti riferimenti in White Pony. Uno di questi è la cocaina, ma c’è dell’altro. Non avete mai sentito niente su quelle dicerie secondo cui se sogni un pony bianco poi farai un sogno erotico? Ci sono molte cose che ruotano attorno a questo concetto. E c’è una vecchia canzone che dice “ride the white horse”. Un chiaro riferimento alla droga.»

Chino Moreno

C’era una volta un cavaliere col suo “cavallo bianco”…potremmo iniziare così, ma questa favola d’altri tempi è ben lontana dalla reale interpretazione dell’artwork, solo all’apparenza minimale, e dai contenuti di White Pony dei Deftones. La visione equina dettata dalla copertina del disco cela infatti significati differenti, distanti dalla purezza candida di una fiaba. Si tratta di un bianco sporco e tossico, contaminato da un sogno ibrido dai risvolti ambigui e dalle maglie di un crossover sempre in divenire. White Pony modella il ruvido sound nu-metal degli esordi (Adrenaline, Around The Fur) su nuovi e ricercati intrecci sonori, incorporando stilemi variegati in una sorta di fusion ritmica che scorge allucinazioni psichedeliche, oscurità new wave, inclinazioni grunge, influenze shoegaze e trip hop, plasmando atmosfere dark e ipnotiche a rabbia primordiale. L’album è un eterno susseguirsi di quiete e tempesta, mentre i testi divengono metafore di un’interiorità nascosta rivolta all’esterno, di un pensiero fatto di relazioni e di storie, il più delle volte pungenti e mordaci, da interpretare e nelle quali tutti possono identificarsi. Lo stesso Chino Moreno a proposito dei testi ha affermato:

“In generale non parlo di me stesso in questo album. Ho creato molte storie e a volte dialoghi. Ho lasciato me stesso al di fuori e ho scritto di altre cose”.

L’album segna anche l’ingresso in pianta stabile del Dj Frank Delgado, già collaboratore della band, e un ulteriore passo avanti nelle sonorità proposte, che si arricchiscono di manipolazioni e campionamenti, mentre la voce di Moreno alterna sussurri come respiri regalati al vento e urla scaraventate dentro una burrasca di suoni, tra i riverberi febbrili della chitarra di Stephen Carpenter, il drumming potente di Abe Cunningham e il basso inconfondibile di Chi Cheng.

Con uno sguardo rivolto al passato della band, irrompono come una furia i riff di Feiticeira, brano slegato dalla forma canzone convenzionale dove sono le chitarre e il basso a primeggiare sullo sfondo di un’idea di prigionia tanto lugubre quanto appagante. Una fantasia repressa, a tratti sordida, una vasca da bagno, una donna e il desiderio di fulminarla, urlando “I feel like more”, prendono vita in Digital Bath, mentre i suoni non stridono ma giacciono sulle note quasi lievi. La componente più heavy e industriale della band esplode poi in Elite, mentre pensanti e oscure visioni percussive e di basso accompagnano RX Queen (scritta in collaborazione con Scott Weiland – ex Stone Temple Pilots) e il racconto disperato di un uomo che proclama il suo affetto incondizionato a una donna gravemente ammalata. Brevi e devastanti lampi oltrepassano Street Carp ed è poi la volta di una storia d’amore che volge al termine (Teeneger) su tappeti di tastiere. In Knife Party fa capolino la voce di Rodleen Getsic, pezzo in cui suoni seducenti si mescolano a un immaginario violento e a parole affilate come coltelli, mentre in Passenger è Maynard James Keenan a regalare la sua presenza in un alternarsi di alienazione e drammaticità enigmatica riflessa tra i finestrini e gli specchietti di un’auto. Korea è un tripudio di fulmini ritimici, immersi tra cavalli bianchi, spogliarelliste e droghe, mentre Change (In the House of Flies) è una ballata atipica che infine sfuma nel fiume lisergico di Pink Maggit e nella redenzione sonora di The Boy’s Republic (bonus track contenuta nell’edizione limitata uscita con due diverse copertine Red e Black). È l’album dall’anima cangiante che punge coi suoi graffi sonori. È la favola contemporanea che non ha bisogno di patine idilliache per essere rivelata. Non rimane dunque che continuare a cavalcare il cavallo bianco, indipendentemente dalle interpretazioni possibili.