Fatima Al Qadiri – Brute

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“You  are  no  longer  peacefully  assembling”

 

Ci guarda sornione dalla copertina, il Teletubbie in divisa antisommossa scolpito da  Josh Kline. In posa statica e con il suo sorriso enigmatico – prova un certo gusto perverso a prendersi gioco di noi. Occhioni da cerbiatta e manganello, o meglio, dispositivo acustico a lungo raggioO anche cannone sonoro, se preferiamo: la sua arma preferita. La chiamano arma sonica non letale: non ti uccide, ma ti spacca letteralmente i timpani. All’improvviso. Mentre, pacificamente, stai manifestando.

Fatima Al Qadiri parla di questo e molto altro nel suo ultimo album, “Brute”: bruto, appunto. Gratuitamente violento. Un disco di protesta urbana – una manifestazione pacifica e molto cinica contro l’autorità: quella degli abusi di potere, in barba al rispetto della dignità umana.

Prendendo spunto dal suo paese d’adozione – gli ultra militarizzati Stati Uniti d’America – Al Qadiri ci racconta il suo punto di vista. Figlia di attivisti per i quali il concetto di “democrazia” è una specie di santo graal, cresciuta in Kuwait durante il periodo dell’invasione, è radicato in lei fin da piccola il concetto di Stati Uniti come una nuova terra promessa di libertà e giustizia. Bellissima la democrazia come idea da esportare, peccato che non sia niente di più di questo: un’idea, appunto. Dalla discrepanza tra questa idea e la realtà dei fatti prende spunto Brute: si fa portavoce delle situazioni più al limite attraverso lo strumento della musica.

Un album claustrofobico e tagliente, che fa un sapiente uso di un grime asciutto e pulito che nel suo complesso risente ancora dell’influenza orientale del precedente Asiatisch – ma risulta più duro nei toni. Un disco al contempo essenziale e gravoso, come l’ombra dell’autoritarismo egemonico che vuole condannare.