Deftones – Gore

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08/04/2016 Reprise Records deftones.com

«La melodia giusta può avere lo stesso impatto del grido più potente»
Chino Moreno.

Gore rispecchia appieno questa affermazione e un aspetto dicotomico insito nel disco, messo ancor più in risalto rispetto ai precedenti lavori della band di Sacramento. Nell’album, ottavo capitolo in studio e primo dopo la tragica morte di Chi Cheng nel 2013, risiede infatti un’attitudine duale che polarizza il suo senso biforcando i suoni tra rumore e melodia, grinta e malinconia, bellezza e brutalità, luce e buio. Si viene catapultati all’interno di landascapes elettroniche e rarefazioni atmosferiche, molto vicine alle visioni del side-project Crosses, di ruvidezze crossover e asperità old school.

In Gore, prodotto dagli stessi Deftones e da Matt Hyde, già all’opera con Slayer, Porno for Pyros, Monster Magnet e Children of Bodom, convivono così più anime che si toccano senza mai scontrarsi e che sembrano solo in parte avvicinarsi alle derive musicali di Diamond Eyes e Koi No Yokan per poi allontanarsene furtivamente. Vivendo di echi musicali rinnovati, la band mescola dunque le distorsioni all’eleganza melodica, le curvature sghembe di alcuni capitoli della loro discografia alla morbidezza complessa dell’armonia sonora.

Nelle undici tracce si creano chiaroscuri sensoriali e alienazioni ritmiche che partono in pieno stile Deftones con Prayers/Triangles, immersi tra quiete e tempeste. Densità ipnotiche accompagnano Acid Hologram, mentre Doomed User è un uragano di violenza che sembra quasi strizzare l’occhio agli spettri corrossivi di Adrenaline. Si generano poi oscurità atmosferiche e oniriche (Hearts/Wires) e flussi magnatici di basso ((L)mirl), mentre il caos sonoro esplode nei labirinti della title-track carica di urla vocali lancinanti. Phantom Bride accoglie Jerry Cantrell degli Alice In Chains e Rubicon chiude il disco con lacerante potenza.

Gore non è il White Pony del 2016 e non ha la presunzione di esserlo. Lo stesso Moreno ha affermato a proposito dell’album:

“Con tutto il rispetto per Pac, Big, Stevie, Michael, Hendrix, ‘Gore’ è uno dei migliori album che abbiamo fatto anche se non il migliore”.

È un disco che, pur conservando il marchio inconfondibile dei Deftones, si muove sensuale e intenso tra le maglie del suono. È un album evocativo, con un titolo che è simbolo vibrante della sublimazione dell’arte stessa. È un flusso di migrazione sonora, ben delineato dai fenicotteri dell’artwork, appagante e libero. È un’avventura musicale che il tempo non placa e arresta, scovando i suoi demoni e continuando a sanguinare di note.